Poesia/ "Nessuna nuova", poema inquieto della memoria

Lontano dalle grandi case editrici sembra che la poesia riesca a vincere qualche battaglia. Questo genere letterario che si vuole sempre e comunque separato, altro (quanta gente ho sentito parlare di letteratura e poesia) e che, ogni tanto, riesce a ricordarci di come possa essere potente e nuda la parola, senza mediazioni e fughe, tutta chiusa nella sua urgenza e viva nel suo fuoco. Questo, a me sembra, è il caso di Nessuna nuova, raccolta di poesie della marchigiana Barbara Coacci, sua opera prima pubblicata da La camera verde. Scandito in tre sezioni, il libro può essere letto come un poema inquieto della memoria, costituito da segmenti che hanno la compiutezza di microdrammi in versi. Siamo sempre a un passo dalla disperazione, qualcosa trattiene dall'ultimo crollo in paesaggi urbani precisissimi che l'autrice ci mostra scolpiti come su lastre di vetro, in un nitore accecante. I versi della Coacci hanno l'impatto di una fucilata: "è stato il rumore a farci impazzire / come la sera il nulla / fa impazzire i cani" e la sua lingua è dolcissima e inquieta, una sorta di sintassi definitiva che crea immagini definitive. Su libri che mi colpiscono tanto, almeno per me, non è facile esprimere gesti critici coerenti.

Vorrei chiudere proponendo il testo più bello della raccolta:

Cantiere (II)

Bordi di lamiere dove il sole

si rovescia improvviso

cedere dell'occhio per un lampo inaspettato

 

un cielo turchese

espande la sete

oltre il recinto del cantiere

 

qui una volta ho baciato un fidanzat

ridevamo forte nella stessa luce

 

 

Barbara Coacci, Nessuna nuova,

La camera verde, Roma 2009

Fabio Orrico

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