Cultura/ Esiste ancora il bel cinema italiano?

Io credo di sì. Magari non esiste un’industria che lo sostenga, non c’è più quel corpus filmico che amalgamava insieme, anno dopo anno, il cinema d’autore a quello popolare, giusto per tagliare le cose con l’accetta. Ma ancora oggi escono film che hanno la capacità di osare, film che raccontano la nostra Italia senza reticenze e con sensibilità adeguata ai tempi. Proprio oggi riflettevo che nell’ultimo anno ho visto almeno quattro film italiani straordinari. Il primo, La bocca del lupo è l’opera seconda di un cineasta piuttosto giovane (classe ’76) di nome Pietro Marcello. Marcello aveva diretto un paio d’anni fa un documentario bellissimo, Il passaggio della linea e, con La bocca del lupo, torna a esprimere la sua preferenza per opere di, diciamo così, non-fiction. Il suo film racconta la storia d’amore fra Vincenzo, che ha speso almeno trent’anni della sua vita in galera e Mary, transessuale conosciuto proprio durante uno dei suoi periodi di detenzione. Ancora una volta il documentario sembra voler rappresentare la punta di diamante del nostro cinema, il territorio in cui liberamente sperimentare senza inibizioni e paure. Marcello pratica un cinema di poesia puro e semplice. Le traiettorie visive dei suoi personaggi, il loro respirare all’interno dell’inquadratura, hanno la stessa necessità e nuda potenza di un verso. Secondo me non è un caso: se dovessi esprimere la mia preferenza per una sola pellicola italiana dell’ultimo decennio sceglierei Un’ora sola ti vorrei di Alina Marrazzi. Anche quello un documentario, anche se totalmente intimo, personale, una pagina di memorie congedata con una sorta di sfacciato pudore. Forse il documentario è la nuova grande frontiera del cinema italiano e non sorprende visto che la nostra grande tradizione neorealista del documentario per forza di cose aveva rilevato e riformulato i codici.

Ma torniamo alla mia piccola lista: L’uomo che verrà. Anche questa un’opera seconda di un cineasta più maturo: Giorgio Diritti (classe ’59). È, questa, una rievocazione rigorosa e terribile della strage di Marzabotto, piena di momenti intensissimi. Attori più o meno conosciuti (l’esordiente al cinema Claudio Casadio e l’onnipresente Alba Rohrwacher, tra gli altri) che recitano nel dialetto del luogo, tutti perfetti. Diritti guarda a Olmi e ai migliori Taviani ma il suo sguardo non assomiglia a nient’altro e il suo modo di filmare la natura, rendendola a tutti gli effetti un personaggio, a me ha fatto venire in mente addirittura Terrence Malick.

Io sono l’amore di Luca Guadagnino. Sono contento di avere visto questo film che, per un mio pregiudizio (Guadagnino aveva adattato Melissa P. e la cosa mi infastidiva e chissà che magari pure quel film sia bello) ho rischiato di perdere. Guadagnino è il più cinefilo tra gli autori del mio elenco. Io sono l’amore brucia sull’altare di Visconti e Fassbinder ma nella sua enfasi stilistica non ignora gli spettacolari movimenti di macchina di Max Ophuls, nonché la sontuosa precisione dello Scorsese de L’età dell’innocenza. E poi ci sono Hitchcock e De Palma nella meravigliosa passeggiata della Swinton per le vie di San Remo, uno chignon inquadrato come fosse la spirale di un’ipnotizzatore. Ma quello cinefilo non è l’unico orizzonte di Guadagnino che nel suo ritratto di borghesia in nero sceglie di metaforizzare un paese intero con lo spegnersi del sentimento, lo spegnersi addirittura del gusto.

E un’Italia altrettanto arrogante e colpevole racconta Daniele Gaglianone. Con Guadagnino eravamo nel paradiso dell’alta borghesia lombarda, con Gaglianone precipitiamo nell’inferno del sottoproletariato torinese. Pietro, che prende il nome dal suo protagonista, un giovane con forti problemi emotivi che lavora per mantenere se stesso e il fratello tossicodipendente, è una pellicola capace di aggiornare le lezioni di pedinamento zavattiniane. Opera tra le più impressionanti degli ultimi anni, Pietro è anche il miglior film di Gaglianone dopo un esordio, I nostri anni, a mio avviso depotenziato da una troppo insistita volontà di poesia, e un adattamento molto personale e riuscito del romanzo altrettanto bello di Gianfranco Bettin, Nemmeno il destino.

Fabio Orrico

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