Cinema/ "The Tree of Life", altro capolavoro di Terrence Malick

Ho sempre pensato e penso ancora che, insieme a Michael Cimino (l'altro Michael, Mann, come riserva di lusso), Terrence Malick sia il più grande regista americano vivente. Tanti i punti in comune tra i due, a cominciare da un radicarsi doloroso nella propria cultura fino all'incredibile capacità di far vivere sullo schermo il paesaggio come un autentico personaggio tragico. Di The tree of life si parla almeno da tre anni. Come succedeva prima per Kubrick, anche i set di Malick sono blindatissimi e le notizie che precedono i suoi film scarse. In questo caso si era detto che il film avrebbe raccontato la storia di una famiglia della media borghesia americana degli anni 50, inframmezzata da inserti sull'origine del mondo. E questo il film è. Le poche, avare notizie dal set avevano in realtà già spiegato tutto. The tree of life non è niente di più che questo.

E insieme molto, infinitamente di più. Perché proprio partendo da questa storia basica, archetipica, in cui si intrecciano le gioie e i dolori di una madre, un padre e tre figli, Malick riesce nello smodatamente ambizioso tentativo di radicalizzare il suo cinema (che radicale era già, e tanto) creando un ipertesto di straordinaria ricchezza e complessità. Guardando The tree of life ho avuto l'impressione di assistere all'opera totale sognata da tanti e tra loro diversissimi cineasti, da Tarkovskij a Coppola, e che in pochissimi sono riusciti a creare. Difficile parlare di un film così, la cui trama è completamente destrutturata, lei stessa la prima a essere sottoposta a una sorta di big bang, per poi ritrovarla ricomposta in frammenti mossi da un'analogia che è soprattutto poetica.

Perché Malick non scrive in prosa, ma in poesia. Nella sua arabescata calligrafia le più ovvie figure retoriche vengono ribaltate e azzerate. The tree of life è, correndo il rischio di sembrare enfatici, una palingenesi del cinema e del concetto stesso di film. Non esistono più campi e controcampi, perlomeno non esistono più se vogliamo leggerli nella loro funzione di modalità di ripresa codificate. La grammatica malickiana è esplosa, probabilmente a causa della temperatura emotiva messa in campo dall'autore. Ma è sempre stato così nel cinema del geniale texano, una sensibilità da scorticati vivi che riusciva a stravolgere anche quelle strutture narrative che con più sicurezza potevamo ricondurre a un genere (il melo per I giorni del cielo, il film bellico per La sottile linea rossa).

C'è chi fa ironia per l'incredibile affondo della messa in scena di un mondo preistorico o per il finale onirico, ma ironia e sarcasmo rimbalzano sull'umanesimo dolente di Malick che, mai come in questo film, forza la sua visione intimamente leopardiana della natura per farla dialogare con un'idea di spiritualità che non ha nulla di scontato o consolatorio. Malick cita Giobbe a inizio film e non sarebbe sbagliato considerare The tree of life come una delle tante traduzioni in immagini possibili del testo ebraico.

Mi viene spontaneo pensare all'opera di Malick anche come a un anti 2001 Odissea nello spazio: la violenza dei primati e la pietas dei dinosauri, senza mai dimenticare la natura cannibalica che si agita sullo sfondo. In un film la scomparsa di un'intelligenza millenaria, nell'altro il perpetuarsi nonostante tutto del popolo degli uomini, algido e cupamente riflessivo Kubrick, accorato e ostinatamente materico Malick. Io credo che, citando ancora Kubrick, The tree of life resterà come un monolito misterioso e indistruttibile nel cinema dei nostri anni, per il coraggio e la tensione morale. Resterà una pagina con cui fare i conti, per studiarlo o semplicemente per goderne, per ridimensionarlo o addirittura per negarlo. Di sicuro è un frammento di cinema adamantino e purissimo che strazia il cuore e insieme lo salva.

Fabio Orrico

   Copyright © Riminipolitica.com - Testata giornalistica - aut. trib. di Rimini n° 12/2007 del 26 aprile 2007
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