Libri/ "Il Divoratore", opera prima che non guarda le proprie viscere

Il divoratore è l'opera prima di Lorenza Ghinelli. Esordio decisamente fortunato, scoperto dal fiuto di Gordiano Lupi, recentemente ristampato da Newton Compton e da subito patrocinato da Valerio Evangelisti. Nonostante l'illustre avallo il libro della Ghinelli è quanto di più diverso ci si possa immaginare dalla narrativa dello scrittore bolognese. Con l'inventore dell'inquisitore Eymerich Il divoratore non ha nulla in comune, di sicuro non la radicalità di sguardo con cui Evangelisti innerva le sue pagine. Ambientato nella città natale della sua autrice (anche se il nome non viene mai esplicitamente fatto) e cioè Rimini, il romanzo racconta una storia di bullismo e disagio virata verso il fantastico, fortemente attraversata dai codici linguistici dell'horror. Denny, un bambino dalla disastrata situazione famigliare è vittima dei continui e crudeli scherzi dei suoi coetanei. Quasi a risarcimento della sua situazione il bambino inventa macabre filastrocche capaci di evocare un anziano e sconosciuto signore, per l'appunto il divoratore del titolo, che, a uno a uno elimina i bulli che lo infastidiscono.

Un altro bambino, autistico, il solo che riesce a rendersi conto del misterioso assassino e a testimoniarne le sue gesta disegnandole e una giovane educatrice sono le uniche persone che possono far fronte alla minaccia. Già dal riassunto della trama si possono indicare alcune ascendenze, per esempio il King di It, con la sua rappresentazione precisa e antiretorica del mondo dell'infanzia o, per spostarci su un altro mezzo espressivo, il Wes Craven del primo Nightmare, dove un molto metaforico mostro sterminava un gruppetto di adolescenti destinati ad espiare le colpe dei padri. Il limite di un libro come Il divoratore sta soprattutto nella sua medietà, nella scarsa profondità linguistica che, se da un lato permette alla trama di appoggiarsi senza perdere fluidità, dall'altro allontana il romanzo da un 'idea di naturale intransigenza e trasgressione che il miglior horror degli ultimi 20 anni (invero raro, e al cinema più che in letteratura) ha saputo comunque garantire.

Mi viene spontaneo chiamare in causa il cinema, perchè una delle intenzioni della Ghinelli, con la sua lingua basica, potrebbe essere stata quella di evocare l'oggettività di una macchina da presa. Ma anche da questo punto di vista esistono già più rischiose (e ampiamente vinte) scommesse narrative, per citarne un paio il primissimo Sclavi, con la sua mimesi del linguaggio della sceneggiatura, nonchè (e la sparo grossa, e sono ingenoroso) il Kazan romanziere, e soprattutto quello de Il ribelle dell'Anatolia. Proprio oggi, in Italia, in un periodo in cui la letteratura di genere sembra godere di grande interesse e successo, sarebbe bello trovare scrittori con la voglia di traghettare il genere nella letteratura alta, senza però rinunciare a quelle che, del genere sono le peculiarità e le attrative. Non è impossibile. In Italia lo hanno fatto Evangelisti, Alda Teodorani, il Genna più complottista, sembra riuscirci il giovane Simone Sarasso con la sua ancora non completa trilogia dagli echi ellroyani. Sintetizzando: cosa manca a Il divoratore? Oltre al linguaggio, il coraggio di contemplare le proprie viscere.

Fabio Orrico

   Copyright © Riminipolitica.com - Testata giornalistica - aut. trib. di Rimini n° 12/2007 del 26 aprile 2007
Dati Anteprima.net