Cinema/ Kurosawa e il suo "Lear" scakespeariano

Scopro che è da poco uscito in dvd lo strepitoso Ran di Kurosawa e ne vorrei parlare un po'. Ora, so di essere un cinefilo sui generis ma ammetto di non essermi mai strappato i capelli per Akira Kurosawa. In effetti, a parte alcune eccezioni (per esempio Rashomon e Il trono di sangue) i suoi film mi hanno sempre lasciato un po’ freddo (Sogni, Dersu Uzala) o altre volte molto freddo (Rapsodia in Agosto). Nella tradizionale triade dei giganti nipponici che oltre al nostro vuole sul podio Kenji Mizoguchi e Yasujiro Ozu mi è sempre sembrato che questi ultimi due giganteggiassero sull’imperatore.

Se pensate che non capisco un cazzo può anche starmi bene ma, come suol dirsi, sui gusti non si discute. E comunque: c’è un film del nostro per il quale ho sempre nutrito una vera e propria venerazione. Come avrete capito, trattasi dell'appena citato Ran (che in giapponese suona come caos), magmatica e vertiginosa traduzione del Re Lear shakespeariano, ambientata nel Giappone feudale. Ora, questo film dimostra che Kurosawa, insieme a Orson Welles, è stato l’unico cineasta in grado di gareggiare alla pari con Shakespeare.

Le opere del bardo hanno dato la stura a tanto, troppo pessimo cinema: dagli innocui filmoni di Zeffirelli agli aggiornamenti scenografici del vuotissimo Branagh, passando attraverso kilometri di celluloide sprecata (mercanti di venezia buttati lì solo per far risplendere il gigionismo di Al Pacino, otelli il cui unico motivo d’interesse poteva essere un epidermicamente esatto Laurence Fishburne). Insomma per me Shakespeare su pellicola ha sempre rappresentato un cinema di scenografi e costumisti, attori sopra le righe e registi col pilota automatico (per quanto mi riguarda nel mucchio metto pure sir Laurence Olivier che preferisco di gran lunga davanti alla macchina da presa).

Ogni tanto arriva un Polanski volenteroso e ti piazza lì un Macbeth che si lascia guardare ma, cinematograficamente parlando, il vero Shakespeare passa più dalle praterie di John Ford o dai bassifondi di Martin Scorsese che dai set moganati di branaghelli. Poi ci sono Orson e Akira. Quando hanno a che fare col bardo lo aggrediscono, lo esaltano e lo negano: lo fanno loro. Non mettono in bocca immortali versi a grandi attori (che pure hanno a loro disposizione: da John Gielgud a Toshiro Mifune a Tatsuya Nakadai), ma trasformano il teatro elisabettiano in pura visione, restituendolo tra l’altro alla sua vocazione autentica, di intrattenimento cruento e ludico, ritualistico e viscerale.

Creano insomma immagini, non meno ricche di idee delle parole di William. Ran è probabilmente il vertice dell’approdo shakespeariano su grande schermo. Due ore e mezza di fluviale, rapsodica, feroce bellezza. Ran contiene, per dirne una, le più belle scene di battaglia della storia del cinema (e chi ve lo dice ha ben presente Ejzenstein e il suo Aleksandr Nevskij), scene di guerra in cui Kurosawa è riuscito a riversare tutto il metafisico sgomento che un essere umano può provare di fronte alla morte. Il regista giapponese mostra, in questa sua opera come in nessun’altra, lo splendore e l’indifferenza della natura di fronte alle cose umane, racconta il dolore cosmico di un uomo, il suo spegnersi nella follia, riesce a rendere segno e poesia il sangue che sgorga dal collo di una donna decapitata. Fa tutto questo, affidandosi a un grande poeta, tradendolo nella forma e assecondandolo nello spirito, senza complessi, senza sensi di colpa. Come un grande regista dovrebbe (saper) fare.

Fabio Orrico

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