Cinema/ Alfredson, l'unica "Talpa" possibile per Le Carré

Tre anni fa un regista svedese, Tomas Alfredson, esordiva con un horror bello e originale intitolato Lasciami entrare. Al centro della trama c’era l’amicizia tra un ragazzino complessato e una coetanea che, da subito, scopriamo essere una vampira. Horror atipico, dai ritmi lenti e meditativi, Lasciami entrare rivelava un regista capace di lavorare sui silenzi, sui tempi morti e sugli stati d’animo dei suoi personaggi. Materia impalpabile che però l’autore svedese riusciva a trasformare in Cinema. Col senno di poi, ora che l’esordio di Alfredson è stato fotocopiato da Hollywood (Blood story di Matt Reeves, non esattamente una pellicola necessaria ma poteva andare peggio) e lui stesso sembra destinato a un futuro da esportazione, ci viene spontaneo chiederci: quale miglior regista per portare sullo schermo il mondo grigio, triste e minaccioso del grande John Le Carré?

Alfredson infatti ha scelto, per la sua opera seconda, di adattare La talpa, tra i romanzi più belli dello scrittore inglese, tra i più mesti nel constatare come il fattore umano interferisca nel mondo a doppio fondo dello spionaggio, e tra i più cinici nel mostrare come le umane debolezze siano pietre angolari del mestiere di spia. Le Carré è il poeta della burocrazia dell’intrigo. Nelle sue mani la spy story diventa un pacato e terribile racconto morale, cospirazionismo e paranoia si risolvono nello scavo psicologico di personaggi ostentatamente medi. In effetti, rispetto allo spionaggio mainstream dei Forsyth e dei Trevanian, Le Carrè ci ha sempre descritto le spie come uomini tutto sommato noiosi, nulla più che impiegati dal cervello fino e con moltissimo pelo sullo stomaco.

Figura cardine del suo universo è George Smiley, protagonista di sette romanzi del nostro e anti-Bond per eccellenza. La sua concezione del mestiere di spia è sintetizzata in una massima contenuta appunto fra le pagine de La talpa e più o meno recita: “Dio mio, fa che nessuno si accorga di me” e quasi sempre nessuno si accorge di lui, omino come tanti e senza evidenti qualità, a parte una moglie amatissima e troppo bella che Le Carré trasforma nel grimaldello con cui la talpa del titolo metterà temporaneamente in scacco le sue capacità analitiche.

Il film mantiene l’ambientazione del romanzo quindi piena guerra fredda e blocchi USA- URSS contrapposti. Smiley è ormai in pensione, ma quando si delinea come un’allarmante certezza l’ipotesi di una talpa ai vertici dell’intelligence inglese, viene richiamato in attività per smascherare il doppiogiochista. L’indagine sarà lenta e meticolosa, la risoluzione lascerà in bocca a tutti, vincitori e vinti, un sapore amarissimo di disperazione.

Fermo restando che ha poco senso paragonare un film alla sua ispirazione letteraria, trattandosi di mezzi di espressione assolutamente diversi, bisogna rilevare che raramente si è visto un film aderire in modo così puntuale alla pagina scritta, ma farlo in modo per niente supino e pappagallesco, anzi reinventando la materia trattata in modo assolutamente personale. Nel ritmo pacato, nelle scenografie opprimenti, nei volti spenti dei suoi personaggi, si rende evidente il meticoloso lavoro di regia di Alfredson, attentissimo e insinuante.

Bisogna anche aggiungere che La talpa è decisamente un film di attori. Tutto straordinario il cast guidato da un Gary Oldman semplicemente perfetto. Attore che, se guidato male, tende facilmente a strafare, qui Oldman lavora di sottrazione dando a ogni gesto del suo Smiley una straordinaria potenza espressiva. Un uomo triste e depresso, i cui gesti minimi, come lo stendersi delle labbra in un breve sorriso fanno improvvisamente baluginare sul suo volto una crudeltà e un tignoso desiderio di rivalsa forse inconsapevoli ma che premono inesorabilmente per mostrarsi. È questa capacità di mantenere un basso profilo per un paio d’ore di pellicola, lasciando solo intuire emozioni e spietatezze, a essere la cifra di questo film cupo e intelligente.

Fabio Orrico

   Copyright © Riminipolitica.com - Testata giornalistica - aut. trib. di Rimini n° 12/2007 del 26 aprile 2007
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