Cinema/ "J. Edgar" Il "grande film malato" di Eastwood

Viene voglia, di fronte a J. Edgar, di scomodare la categoria truffautiana di “grande film malato”. Secondo Truffaut nell’opera di un autore trovava posto il capolavoro, il film perfetto e il capolavoro malato, il film cioè in cui eccessi e ambizioni soffocavano la compiutezza dell’opera ma, in qualche modo, ne esaltavano l’unicità. Per intenderci, con Zero de conduite Jean Vigo firmava il suo capolavoro mentre con L’atalante ci consegnava il suo grande film malato. Spesso, aggiungeva Truffaut, la febbre cinefila porta gli ammiratori duri e puri di un regista a preferire il film malato al capolavoro. Secondo me J. Edgar viaggia proprio su quest’orbita di eccesso e imperfezione. Come spiegare, altrimenti, lo scompenso del ritmo con alle spalle due montatori solitamente rigorosi come Gary B. Roach e Joel Cox? Una prima parte duramente scandita contro una seconda più elegiaca e dilatata. Dalla ricostruzione della giovinezza di J. Edgar Hoover fondatore e capo dell’FBI per quasi mezzo secolo ai fatti più squisitamente personali della sua vita (l’omosessualità e il rapporto con il suo braccio destro, Clyde Tolson). Ma tutto questo non va a discapito della densità di un film che porta alle sue estreme conseguenze la riflessione sul tempo e sulla morte che Eastwood ha affrontato in tutto il suo cinema. Da Mystic river in poi è forte la tentazione (o la necessità?) di guardare al cinema eastwoodiano come a un unico megatesto in cui i film singoli si collocano come le tessere di un grande mosaico, in un gioco di rimandi e rifrazioni di grande complessità. Grande controstorico dell’America, Clint ha lavorato sul mito e la sua mistificazione (il dittico su Iwo Jima), il collasso morale di una nazione (Mystic river e Changeling), gli stati uniti come magma di culture (Gran Torino), il rapporto mai pacificato coi padri (Million dollar baby e ancora Gran Torino) e adesso, con J. Edgar, dedicando un biopic a una delle figure più oscure e controverse della storia americana, sembra voler raccontare addirittura la genesi dell’america attuale, un paese forgiato dal controllo e dalla propaganda e, ancora e sempre, dalla costruzione di un mito scardinato con poche parole (straordinario, nel controfinale, lo smantellamento che un Tolson ormai vecchio e prossimo alla fine, fa delle memorie del suo collega-amante).
J. Edgar è il lato oscuro e paranoide di Invictus. I due film, a me sembra, sono profondamente legati, seppur per contrasto. Invictus era un’opera costruita sulla retorica, anche se nel senso più alto, rosselliniano, del termine. Un’opera didattica, il cui stile trasparente e semplicissimo, si dichiarava totalmente al servizio del messaggio. J. Edgar è invece un film stilisticamente ricchissimo, pieno di finezze di montaggio e vede il solito immenso operatore Tom Stern impegnato in una resa monocromatica dell’immagine, uno splendido bianco e nero colorato, perfettamente mimetico rispetto all’epoca che racconta, laddove in Invictus Stern aveva tenuto a bada i propri virtuosismi per una resa del quadro di accessibile visibilità, rinunciando quindi alle sottoesposizioni e ai chiaroscuri caravaggeschi di cui è maestro. Da un lato un uomo, Mandela, impegnato a fare un paese, partendo da un sentimento popolare comune (quello dello sport), dall’altro un uomo impegnato a riformare un paese, attraverso la pratica del segreto (i dossier che Hoover accumula sistematicamente durante tutta la sua carriera, eterna spada di damocle per i capi di stato che si susseguono) e della propaganda. Hoover infatti utilizza la tecnologia non solo per svecchiare e rendere più efficace l’attività investigativa ma anche per costruire una macchina propagandistica che regali consenso alla sua creatura, l’FBI. Tutto questo lo aveva già raccontato molto bene Michael Mann nel suo capolavoro Nemico pubblico e da una costola di quest’ultimo film sembra presa la scena della conferenza stampa in cui viene messa in crisi la statura di eroe popolare cui Hoover ambirebbe.
In effetti Eastwood non è stato l’unico artista a occuparsi di questa figura così controversa e così perfettamente sintetica per raccontare l’America. Oltre a lui e a Mann la mente torna allo splendido ballo in maschera raccontato da Don De Lillo nel suo epocale Underworld. Hoover nella sua stanza d’albergo, nudo di fronte allo specchio, in attesa di mettersi il suo costume, con accanto a lui Tolson che si chiede: “Chissà se la maschera di Edgar era una copertura sufficiente per il vecchio muso grinzoso dei media?” e ancora: “Sinatra era nei file. Anche molta altra gente presente nella stanza era nei file. Nessuno di loro, pensò Clyde, aveva avuto più successo di Edgar. Ma Edgar non aveva lustro. Edgar lavorava nella semioscurità, manipolando e causando rovina. Aveva la piccola vanagloria dell’impiegato statale”.
De Lillo raccontava la gestione occulta e pervasiva del potere con la sua scrittura insieme magmatica e chirurgica, la sua capacità diabolica di attirare tutto nella sua magnetica prosa e poi di vivisezionarlo con l’attenzione dell’entomologo. Eastwood vuole raccontarci anche l’uomo e le sue debolezze. In fondo Hoover, nel suo delirio catalogatorio-cospiratorio, ché tutta la sua vita è dedicata a collezionare dossier di amici e nemici, è la prima vittima di sé stesso, nevrotico sovrano prigioniero del suo doppio fondo. Dietro la facciata dell’affresco storico Eastwood ha nascosto un impressionante meccanismo di lucida e feroce analisi ma, narratore inevitabilmente partecipe dei destini dei suoi personaggi, non riesce a non mettere in scena il fattore umano che agisce nella vita di Hoover. Un film di ombre e doppi fondi, questo J. Edgar, sbilanciato e intenso che, come accadeva nell’ultimo John Ford, conferma la vocazione demistificatoria dell’autunno eastwoodiano.

Fabio Orrico 

 

 

 

 

 

 

 

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