Cinema/ "Le Idi di Marzo", gran film di George Clooney

C’erano una volta Alan J. Pakula e Sydney Pollack, Arthur Penn e John Frankheneimer, tutti registi che, in maniera e misure diverse hanno raccontato l’america cercando di aggredire i suoi scandali più privati, il dietro le quinte della politica e della macchina del consenso. Chi lo ha fatto attraverso la ricostruzione meticolosa, ancorché spettacolarizzata (è appunto il caso del Pakula di Perché un assassinio e Tutti gli uomini del presidente), chi attraverso il racconto esistenziale (il mai troppo rimpianto Penn che, con Bersaglio di notte col detective Gene Hackman che sbagliava tutto e su tutta la linea, ci consegnava un noir senza redenzione e senza nostalgia).

Oggi il segreto di quel cinema si è un po’ perso. Chi ha tentato di rifarsi a quella lezione ha deluso per troppa timidezza: parliamo di Greengrass, Liman e altri minori che possono far paura solo a chi non pratica il cinema delle generazioni precedenti. Perfettamente in linea con la tradizione dei padri è invece il bellissimo Le idi di marzo, opus 4 di George Clooney che, a fianco della carriera di interprete, coltiva ambizioni registiche perfettamente riposte. Alla quarta prova possiamo affermare senza tema di smentita che Clooney è un cineasta vero, con uno stile riconoscibile e delle cose da dire e, particolare non di poco conto, fedele a un linguaggio che sposa la grinta del genere (sia esso la spy story più o meno paranoide o la screwball del precedente In amore niente regole) con affondi sempre più rari nel mainstream hollywoodiano.

Per esempio: ne Le idi di marzo c’è una scena che mostra l’apparentemente esemplare candidato democratico interpretato dallo stesso regista licenziare il suo addetto stampa, il come al solito bravissimo Philip Seymour Hoffman. La scena è risolta con un inquadratura fissa sull’automobile blindata del politico, su cui è appena salito Hoffman. La macchina da presa carrella lentissimamente in avanti, un lieve commento musicale a scandire l’immagine, il tutto per quasi un minuto di durata, poi vediamo Hoffman uscire sconsolato dalla macchina che riparte lasciandolo solo e assorto in mezzo a cumuli di neve sporca.

Ora, secondo me, se uno inchioda la cinepresa per quasi un minuto all’interno di un’ora e mezza tiratissima e implacabile, senza far perdere un momento di tensione al film, decisamente è uno che sa il fatto suo. Ambientato nel corso delle primarie dei democratici per la corsa alla casa bianca, il film di Clooney, registra la mutazione di un giovane guru della comunicazione (Ryan Gosling, encomiabile), da addetto ai lavori motivato e idealista a squalo assetato di potere. Catalizzatrice del cambiamento nonché vittima sacrificale, una stagista bella e giovane (Evan Rachel Wood) che rischia di mettere a repentaglio la credibilità del futuro presidente.

Non c’è un’inquadratura di troppo ne Le idi di marzo ma non per questo si può dire che Clooney con gli sceneggiatori Grant Heslov e Beau Willimon (la cui piece teatrale è alla base della pellicola) miri a un cinema di soli e disadorni contenuti. Affidandosi infatti alla camera incalzante dell’operatore Phedan Papamichael, George azzecca alcune magnifiche sintesi visive, come la bellissima inquadratura in cui Gosling e Hoffman commentano la situazione di allarme in cui è piombata la campagna, in controluce, due sagome buie sullo sfondo chiassoso della bandiera a stelle e strisce.

Oscurità e splendore, segretezza e caos. Un cinema urgente e violento, con un comparto attoriale eccelente, in cui tutti sono in parte e funzionano alla grande. Mentre guardavo Le idi di marzo pensavo a come sarebbe stato se lo avesse fatto Frankheneimer quarant’anni prima, con Henry Fonda o Burt Lancaster al posto di Clooney, Robert Redford o Warren Beatty al posto di Ryan Gosling, un caratterista ruvido ed efficace tipo R.G. Armstrong nella parte di Hoffman e Tuesday Weld invece di Evan Rachel Wood. Ho pensato che il risultato avrebbe avuto la stessa temperatura emotiva. Così, tanto per delirare.

Fabio Orrico

   Copyright © Riminipolitica.com - Testata giornalistica - aut. trib. di Rimini n° 12/2007 del 26 aprile 2007
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