Libri/ Le "Segrete" di Simone Cerlini

Si intitola Segrete l'ultimo libro di Simone Cerlini e segue di tre anni il romanzo Il profilo dei lupi (Giraldi, 2008) e di sette l'esordio Andreina delle frottole (Guaraldi, 2004). Con tre libri all'attivo si può già cominciare a impostare un discorso compiuto e strutturato su quella che, a tutti gli effetti, sta diventando un'opera, con una sua organicità, un suo repertorio di temi e forme, una sua progettualità. Questa volta Cerlini ci consegna una raccolta di racconti, dodici storie che, come i frantumi di uno specchio rotto, riflettono brandelli della sua precedente ispirazione e rilanciano verso aperture future dalle quali, secondo chi scrive, è lecito aspettarsi di tutto e si intende la locuzione “di tutto” in un'accezione assolutamente positiva.

Qual è il nucleo delle storie di Cerlini? Probabilmente l'ossessione. Non è difficile, trovare nelle sue pagine, personaggi ossessionati da qualcosa o ancora più spesso da qualcuno. I dodici racconti di Segrete, pur nella varietà di trame e intenzioni, sembrano prendere le mosse da una situazione standard che si ripete con precisione, appunto, ossessionante. C'è un uomo e c'è una donna, c'è un amore che, potenzialmente, potrebbe nascere svilupparsi irrobustirsi, c'è una smagliatura nella rete dell'esistenza, non di rado una smagliatura così piccola da sembrare insignificante, da risultare impercettibile che, agendo sottopelle, con diabolica pervicacia, compromette tutto. È un po' il ritornello shakespeariano del Time out of joint che siglava la catastrofe esistenziale al centro de Il profilo dei lupi.

Le ragnatele narrative di Cerlini a me sembrano grandi, immacolate tovaglie, bianchissime e accecanti, stese ad asciugare sotto il sole. Poi, improvvisamente e non si sa per quale motivo, ecco che qualcosa spezza quell'uniformità luminosa, una macchia d'erba, di terra, magari una goccia di sangue che qualche monello reduce da giochi un po' troppo violenti ha lasciato proprio in mezzo alla tovaglia. E poi, senza nessuna ragione logica apparente, ecco che la macchia, piccola, irregolare, fastidiosissima, comincia a crescere fino a divorare tutto il bianco, in una progressione meccanica, ostinata. C'è questa sensazione di disastro incomprensibile, di maledizione scagliata da qualche dio, maledizione ancora più inaccettabile nei giri di frasi perfetti orchestrati da Simone, in cui la chiarezza cartesiana del suo scrivere cortocircuita con l'infernale deriva dei destini riservata ai suoi personaggi. Rigore e precisione del quadro sono, in Simone, stretti alleati di disordine e trasgressione. L'uno e l'altro, incontrandosi, si rafforzano e traggono mutualmente vantaggio, così le rese dei conti più cruente in Segrete, si consumano negli scenari più banali: il tavolo di un ristorante, una toilette, una camera da letto.

Ordine e rigore riguardano anche la forma interna del libro, con la sua struttura quadripartita nelle sezioni intitolate rispettivamente Dell'inizio, Della morte, Della rabbia, Dell'amore ognuna delle quali ingloba tre racconti. Racconti che, intelligentemente, pur facendo evidentemente e giustamente riferimento a un progetto unitario, riescono a rendersi anche piccole schegge indipendenti. Così All'ultimo respiro, con le sue scoperte allusioni al noir alla James Cain, sembra quasi una parodia cupamente divertita di certe situazioni canoniche, non solo del romanzo nero ma anche degli esercizi delle scuole di scrittura creativa, mentre Il cerchio e la vigna, forse il testo più bello della raccolta, rimanda, nel suo rapporto misterico e ammaliante con la memoria, a certi abissi sudamericani e più precisamente argentini. Ma una buona dose di mistero, di zona buia e impossibile da spiegare, sia nelle strade che tutti percorriamo o confinata nel buio insondabile del nostro subconscio, c'è sempre nella narrativa di Simone. È per l'appunto, quello scarto, quel momento in cui l'imperfezione si manifesta, in cui la porta si apre di pochissimo, ma quel tanto che basta per far precipitare dentro tutte le legioni dei nostri demoni.

Questo mi sembra il campo d'azione preferito da Cerlini e cioè la fessura, il taglio (un altro racconto si intitola Lo spioncino) su cui la sua attenzione e i suoi strumenti di scrittore si concentrano. Può trovarsi di fronte un intero castello, Simone, ma state pur certi che ciò che a lui interesserà guardare non sarà l'imponenza delle mura ma gli interstizi delle pietre, la loro poesia negletta e silenziosa. Un'ultima annotazione: sarebbe facile per queste storie usare il concetto di “perdita dell'innocenza” ma considerando i bambini che compaiono nei suoi racconti e che a me, pur con tutte le differenze del caso, hanno fatto venire in mente i piccoli messicani che giocano con gli scorpioni e le formiche carnivore all'inizio de Il mucchio selvaggio di Peckinpah, vieni da chiedersi: ma Cerlini crede davvero che ci sia mai stata una qualche innocenza da perdere?

Fabio Orrico

   Copyright © Riminipolitica.com - Testata giornalistica - aut. trib. di Rimini n° 12/2007 del 26 aprile 2007
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