Cinema/ "L'amore che resta" di Gus Van Sant

Tra i cineasti americani ormai avviati alla maturità Gus Van Sant resta probabilmente il più spiazzante e il più capace di reinventarsi. Partito dalla metà degli anni 80 con un gruppo di film che lo riconnettevano alla tradizione antropocentrica e umanistica della nouvelle vague americana fiorita a cavallo degli anni 60 e 70, il cinema del regista di Portland mostrava una prima svolta con Will Hunting, genio ribelle, film in realtà non riuscito ma che ha avuto il merito di sdoganarlo agli studios e al grande pubblico.

Da allora la sua carriera si è intelligentemente divaricata fra un cinema mainstream che ha probabilmente il suo esito più alto in Milk e opere più personali e dal piglio sperimentale come i bellissimi Elephant e Paranoid park. In mezzo a tutto questo, il nostro riusciva anche a concedersi il lusso di clonare l'hitchcockiano Psycho in un film che più che un remake sembrava un'installazione di video arte. Insomma, Van Sant, a dispetto delle modalità produttive, ha saputo sempre dimostrarsi pienamente autore, nel senso europeo del termine e con l'ultimissimo L'amore che resta riesce a sintetizzare molto bene le due anime della sua ispirazione.

L'esordiente Henry Hopper (figlio somigliantissimo del mai troppo rimpianto Dennis) interpreta Enoch, giovane traumatizzato dalla morte dei genitori che ha l'hobby di imbucarsi ai funerali e che, come unico amico, può vantare il fantasma di un kamikaze morto durante il secondo conflitto mondiale di nome Hiroshi, naturalmente solo a lui visibile. Mia Wasikowska è invece Annabel, giovane malata di cancro, cui restano solo tre mesi di vita. I due ragazzi si incontrano a un funerale, si conoscono, si innamorano, Enoch accompagna Annabel fino all'ultimo dei suoi giorni.

Una trama, come si vede, piana, ostinata. Il nucleo della riflessione sulla morte e l'elaborazione del lutto, viene scandito da Van Sant assecondando tutte le bellissime occasioni cinematografiche che la sceneggiatura intelligente e umbratile di Jason Lew gli propone. Controllatissimo e insieme lirico, L'amore che resta mette in scena due personaggi decisamente fuori asse e continuamente a rischio retorica ma il trattamento loro riservato sfugge la tentazione dando vita a una storia aerea, precisa, sempre in cerca del particolare buffo e grottesco, scovato ed evidenziato giusto in tempo per modificare il quadro. Così le scene madri chiudono con un effetto comico e il gran finale si annuncia da lontano per poi risolversi in una serie di gesti minimali e stilizzati, evocati dalla memoria. Un cielo scurissimo che concede appena uno sprazzo di pioggia. E per questo tanto più emozionante.

Fabio Orrico

   Copyright © Riminipolitica.com - Testata giornalistica - aut. trib. di Rimini n° 12/2007 del 26 aprile 2007
Dati Anteprima.net