Cinema/ "L'Ultimo Terrestre", buona la prima

Riapre la stagione cinematografica e io mi fiondo sulle prime emanazioni del festival di Venezia. Cinema italiano. Un esordio e una conferma. Partiamo dall'ultima. Daniele Gaglianone ha già firmato tre film: I nostri anni, Nemmeno il destino e Pietro, la sua prova migliore, della quale avevamo riferito il mese scorso. Ruggine, adattamento per il grande schermo del romanzo di Stefano Massaron, è sicuramente un film interessante, pieno di buone idee, tenta una drammaturgia non scontata ma resta un'opera sostanzialmente incompiuta e alla fine anche un po' tediosa.

Di cosa parla Ruggine? È la storia di un gruppo di bambini che, nei quartieri della Torino dell'emigrazione, si trova a fronteggiare il male archetipico incarnato dalla figura di un pediatra assassino e pure pedofilo. I tre bambini protagonisti crescono e, in un montaggio alternato che è cifra stilistica e croce dell'intero film, li vediamo alle prese con, diciamo così, la loro giornata tipo (un contrastato consiglio di classe per la professoressa Valeria Solarino, l'attesa del proprio destino in uno squallidissimo bar da parte di un incanaglito Valerio Mastandrea, i giochi casalinghi di un tormentato Stefano Accorsi col proprio figlio).

Il film è parecchio ambizioso e butta sul piatto temi ponderosi (la perdita dell'innocenza, tanto per gradire) ma le promesse che riesce a mantenere sono soprattutto di natura tecnica. Visivamente molto potente (la fotografia di Gherardo Gossi è semplicemente straordinaria), Ruggine perde respiro a causa di una sceneggiatura sostanzialmente incapace di gestire l'indicibile di un male che si vuole esemplare e ha il suo colpo di grazia nell'overacting da denuncia dell'altrove bravo Filippo Timi. Nel dar corpo al suo pediatra-assassino, l'attore umbro ci ricorda molto più il cattivo di un film di 007 che non il Peter Lorre del langhiano M (giusto per citare ingenerosamente la madre di tutti i serial killer).

Ben altra riuscita quella de L'ultimo terrestre, esordio di GianAlfonso Pacinotti che, col nome d'arte di Gipi, è già titolare di una straordinaria carriera nel mondo del fumetto e della graphic novel (è bene citare S, a tuttoggi il suo capolavoro secondo chi scrive). L'ultimo terrestre, che prende spunto da un'altra opera a fumetti e cioè Nessuno mi farà del male di Giacomo Monti, è la storia di un cameriere di una sala bingo che, alla vigilia di una surreale invasione extraterrestre, vede esplodere e disgregarsi il proprio mondo (dal lavoro alle sofferte amicizie a un amore a malapena sfiorato).

In un cast curatissimo ed efficace come pochi primeggia il non professionista Gabriele Spinelli, corpo autenticamente e dolorosamente gipiano senza il quale, è proprio il caso di dirlo, il film non sarebbe stato lo stesso. Eccentrico e slogato nella sua progressione narrativa, L'ultimo terrestre è un'opera bizzarra e solitaria, un po' com'era accaduto per i primi lavori di Ciprì & Maresco. Rispetto ai cineasti siciliani, con un filo di speranza e gentilezza in più.

Fabio Orrico

   Copyright © Riminipolitica.com - Testata giornalistica - aut. trib. di Rimini n° 12/2007 del 26 aprile 2007
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