Il Cancelliere/ cosa succederà in America

TankQuesta intervista al Cancelliere risale a due giorni fa. Quanto accaduto ieri con il declassamento del debito pubblico Usa, la rende ancor più di attualità.

Signor Cancelliere, negli anni scorsi lei ci ha dato con largo anticipo il quadro di quello che sarebbe avvenuto in Europa e in Italia. Particolarmente profetiche si sono rivelate le sue previsioni del 16 dicembre 2010 sulla esplosione del debito italiano. Ora si parla molto dell'America, è in grado di dirci qualcosa? A mio avviso il problema chiave da quelle parti è sempre dato dal crollo degli immobili. Con un mercato immobiliare sempre a livelli minimi non è facile per gli Stati Uniti evitare che l'economia vada avanti adagio quasi indietro. Ma non è questa la notizia più preoccupante che viene da oltre Atlantico a un' Europa, e ad un'Italia in particolare, che di problemi ne ha già in abbondanza di suo. La notizia meno bella è che stavolta non ci si può aspettare dagli Usa nessun effetto-traino.

Nemmeno sotto il profilo di quella lucidità e quell'esempio ai quali da decenni l'America ci aveva abituato, o almeno alla quale credevamo. Oggi, negli Usa, le idee non sono più chiare che in Europa. Ufficialmente e tecnicamente la recessione imposta dalla crisi finanziaria del primo decennio del secolo è incominciata nel dicembre 2007, per l'economia Usa, e si è chiusa nel giugno 2009. Da allora, come più d'uno aveva previsto, ci sono stati piccoli stop and go, ma mai nulla di risolutivo. Adesso, una frenata pesante e inattesa. I dati più recenti lo confermano e quelli sull'occupazione di luglio arrivati ieri hanno potuto solo non peggiorare troppo il quadro. Tra l’altro certi + 0,1% sono molto sospetti.

Eppure varie volte la presidenza americana aveva annunciato la fine della crisi. O no? Si, è vero, per almeno due volte l'amministrazione Obama ha annunciato la ripresa dietro l'angolo, l'ultima promettendo a fine 2010 un 2011 di svolta. Non si può criticare troppo chi, per dovere e logiche politiche, deve tenere il più alta possibile la speranza. In altre parole, ritengo minime le responsabilità di Obama e del Governo Federale. Ma questo deve avvenire nell'ambito di una strategia realistica, e tenendo ben presente lo sfondo che non è, e non sarà ancora per qualche tempo, buono. Negli Stati Uniti lo sfondo è dominato da un eccesso di debito, sia pubblico che ancor più privato, a differenza dell'Italia dove è ancora prevalentemente pubblico, ma dove la credibilità storica del sistema-Paese non è quella americana. Gli Usa hanno oggi lo stesso debito totale che avevano nel 2008, se non più, con un netto spostamento dal privato al pubblico, e la cifra è sul Pil più del doppio di quella che era all'inizio degli anni '80. Un debito enorme e infinito, e quel che è peggio senza nessuna strategia per affrontarlo a causa del solco ideologico tra Democratici e Repubblicani.

Quindi il dato gravissimo è che, per la prima volta, negli Usa e fuori dagli Usa si percepisce che non  vi è stato da parte loro un approccio realistico al problema. È stato quindi un errore parlare di "Grande Recessione" mentre si doveva e si deve parlare di seconda Grande Contrazione (la terza dopo quella degli anni '30 del XX secolo e quella degli anni '70-'80 del XIX),  che offrono gli unici termini di paragone credibili e attendibili in tempi moderni. Ma occorre ancora tempo, da gestire al meglio, per riportare a livelli sopportabili debiti di questa portata. La storia delle crisi finanziarie parla chiaro. Basti pensare a quella giapponese che, iniziata nel ’90, non ha ancora trovato soluzione. Anzi, si sta riaggravando.

Gli Stati Uniti, per una serie di ragioni non tutte nobili (legate, essenzialmente, allo strapotere del mondo finanziario, tutto repubblicano , rispetto al Governo Federale, oggi democratico), si sono invece tenuti finora assai più vicini alla visione che della crisi hanno dato ad esempio nel gennaio 2010, di fronte alla Commissione Angelides creata dal Congresso per investigare cause e responsabilità, i numeri uno di “Jp Morgan” e “Goldman Sachs” cioè, guarda caso, due dei più gravemente indiziati per la catastrofe in corso (oltrechè sponsor dei Repubblicani).

Una crisi - secondo loro - tutto sommato "normale", come "accade ogni 7 o 8 anni". Profondamente falso, ma comodo, perché se è “normale” non ci sono particolari responsabilità, di nessuno (paradossale, vero?). Non si tratta di dover punire qualcuno. Ammettiamolo pure, occorre però capire cosa sta succedendo e, possibilmente, cosa succederà. E parlando di una crisi “normale”, non si capiscono nè il presente nè il futuro. Un settore immobiliare che potrebbe arrivare a sfiorare a fine anno una perdita media del 40% (n.d.r.: lo stesso valore, al netto delle bugie, che c’è in Italia) sui massimi di fine 2006, non è cosa normale. E sarebbe sufficiente la palude di questo settore cruciale, a spiegare perché la crescita è così deludente. Dati così, sono più da Grande Contrazione che non da “normale” recessione.

Lo confermano i numeri di un rapporto della Fed di New York secondo cui il "discretionary service spending", per salute, formazione, svago gestione casa e simili, che non supera mai, nelle recessioni, un calo del 3%, è sceso questa volta del 7%. Le immatricolazioni di auto, si teme, saranno a fine anno inferiori del 28% ai livelli di dieci anni fa. Quindi sono numeri da “Grande Catastrofe”, non da Recessione, men che meno “normale”, come vorrebbero invece i boss della Finanza che, nel frattempo, hanno spremuto ben bene il Tesoro americano.

Quindi? Quindi, ed è questo il dato che volevo sottolineare, per la prima volta dal dopoguerra dagli Stati Uniti non possiamo aspettarci nulla. Nè in termini pratici, nè in termini di idee. Ovviamente parlo di idee ortodosse, che cioè restino sul piano prevalentemente economico.  A meno che...

A meno che? A meno che nelle elezioni di novembre 2012 vincano gli estremisti Repubblicani del “Tea Party”. In questo caso, è una mia idea, essi non esiteranno a non pagare il debito U.S.A. arrivando ad una “confrontation” con i loro creditori che, guarda caso, sono principalmente i cinesi, cioè i loro rivali strategici per il dominio planetario. In questo caso, penso, le ragioni e la crisi economica diventeranno un campo e un detonatore per una “battaglia” ben diversa. Poco usuale per il grande pubblico, ma ben nota agli storici. Non dimentichiamo che i cinesi sono già un gigante economico, ma sono ancora un nano militare. in tal caso si creerebbe uno scenario inaudito dal quale queste forze (intendo dire gli estremisti repubblicani di cui dicevo prima) sperano di  riottenere un riallineamento, o meglio un rimescolamento totale delle carte che stanno perdendo, a loro favore, usando strumenti ben poco ortodossi (ammesso che nell’attuale mondo globalizzato ci sia ancora qualcosa di “ortodosso”).

Sembra fantascienza. Forse, ma non sottovaluterei certi aspetti oscuri dell’ “io” americano. Molti, dalla loro parte da anni, mirano alla “battaglia finale” contro le “forze del male” (armageddon la chiamano). Direi che la invocano. E’ l’America profonda che, in un certo senso, la chiede.

Il fatto che le “forze del male”, in questo caso, siano anche i loro principali creditori dà un tocco di paradossale originalità alla situazione. Non trova? Eh, sì! Si tratta di uno scenario  non solo paradossale ma assolutamente inquietante in una misura mai vista nei tempi moderni (Nella foto: l'unico sistema per il recupero crediti negli Stati Uniti)

La Redazione

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