Economia/ Ma in Italia è davvero possibile fare una riforma fiscale (o qualcosa di simile)?

La riforma fiscale è il tema più dibattuto all’interno dl centrodestra negli ultimi giorni. E’ evidente che il risultato elettorale lo ha reso urgente. Tremonti dice di voler pensare a tre aliquote Irpef e cinque imposte; di voler lottare contro sprechi ed evasione. Molti suoi colleghi di partito non sono in sintonia. Renata Polverini, ad esempio, pensa che si dovrebbe tener conto del quoziente familiare e non tassare i redditi elevati ma le rendite finanziarie elevate (restando poi da capire quali sarebbero quelle “elevate”).

Altri nel centrodestra (ma anche al centro, vedi Casini), a sentir parlare di aumento di tassazione sulle rendite rizzano il pelo. Ricordiamo, per chiarezza, che la tassazione sui redditi da lavoro è al 23% (aliquota Irpef minima che si applica ai redditi più bassi), mentre sulle rendite finanziarie è al 12,50. Più “comoda” ovviamente la posizione del Pd che una proposta di riforma fiscale l’aveva già preparata mesi fa e ne era nata una mozione parlamentare (prevedeva, tra l’altro, l’aumento al 20% dell’aliquota sulle rendite finanziarie tranne i Bot, per i quali diventerebbe una “partita di giro”, aumentandone i rendimenti e, quindi, il costo di collocamento, e la diminuzione al 20% dell’aliquota sui redditi più bassi).

In realtà, una qualsiasi riforma fiscale che parta ora e debba affrontare tutto l’iter legislativo con i vari passaggi alle Camere potrebbe andare a regime, ad essere ottimisti, all’inizio del 2013. L’economia italiana, mai in una situazione di blocco totale come ora, ha bisogno di tempi più celeri. Ma nello stesso tempo è priva di risorse per finanziare una “manovra” che abbia un qualche senso e possa dare, ora che ce n’è bisogno disperato, uno stimolo all’economia.

Quindi che fare? Sarebbe necessario stimolare la domanda interna senza far sballare i conti pubblici (ma, in questo senso, il preannunciato aumento dell’Iva non è certo il mezzo più idoneo...). Si potrebbe tentare la strada di vere liberalizzazioni in tanti campi dove adesso, di fatto, vigono dei “cartelli” più o meno occulti (assicurazioni, servizi bancari, carburanti, trasporti pubblici e privati…). Si potrebbe tentare di diminuire la burocrazia che grava sulle imprese (a quanti enti deve fare riferimento un imprenditore? Comune, Provincia, Regione, Asl, Arpa, Vigili del Fuoco…). Provvedimenti sacrosanti, ma che potrebbero far perdere il consenso elettorale dei “beneficati”, molti e sindacalmente agguerriti.

Si potrebbe mettere mano all’amministrazione dello Stato (che sia pletorica, non lo scopriamo certo da adesso). Si potrebbe rimettere mano al mercato del lavoro correggendo le storture attuali (di fatto, nessuno assume più a tempo indeterminato anche quando potrebbe e dovrebbe). E lottare a ragion veduta contro l’evasione (cioè “cum grano salis”: negli ultimi due/tre anni si è picchiato come fabbri contro quel poco di lavoro autonomo “emerso” che esiste. Continuando così, fra poco, non esisterà più).

Anche in questi casi ci sarebbero vari passaggi parlamentari da rispettare ma, crediamo, senz’altro più agili. Non sarebbe una “riforma fiscale epocale” ma, forse, in poco tempo potrebbe rimettere qualche soldino in circolo. Forse...

L’impressione di molti esperti è che, però, siamo ormai “fuori tempo massimo”. Stretta tra crisi economica e crisi finanziaria l’Italia potrebbe essere arrivata davvero all’ultima stazione, nonostante riemergano ora tanti (tardivi) buoni propositi lasciati nel cassetto quando, probabilmente, era ancora possibile fare qualcosa.

Flavio Semprini

 

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