Crisi mondiale/ Il Cancelliere: "Vi spiego perchè le banche non prestano più soldi e cosa succederà"

L'articolo comparso nei giorni scorsi sulla nostra testata, relativo al default greco, nonchè le notizie sempre più allarmanti, vedasi oggi il monito lanciato dal fondo monetario internazionale sulla tenuta delle banche e sui nuovi titoli "tossici" che ne avvelenano i bilanci, ci hanno spinto a chiedere alcuni lumi al nostro solito Cancelliere, il quale ci ha inviato un lungo articolo, che pubblicheremo in due parti.

La prima oggi, relativa al comportamento degli istituti di credito, che ormai hanno cessato di svolgere una funzione di finanziamento alle imprese, mantenendo solo l'attività speculativa.

Vi diamo di seguito la prima parte dell'articolo inviatoci.

"Oggi le banche non prestano, e quel pochissimo lo danno a carissimo prezzo. Il bello è che gli economisti si scannano per cercare di determinare con sofisticati metodi econometrici se una contrazione del volume del credito è dovuta a una riduzione della domanda (le imprese non hanno buone opportunità d'investimento) o a una contrazione dell'offerta (il sistema bancario ha difficoltà a erogare credito anche a imprese che se lo meritano). Non si tratta di una questione di lana caprina. Se il problema sta nella domanda di credito, si può cercare di ovviarvi stimolando la domanda aggregata. Se invece il problema origina da una carenza di offerta di credito, ogni stimolo alla domanda è inutile (anzi dannoso) e il problema va risolto alla radice: cioè nel sistema bancario.

La colpa sarebbe del nuovo coefficiente di liquidità introdotto da Basilea 3. In teoria dovrebbe diventare effettivo solo dal 2015, ma il periodo di osservazione del "liquidity coverage ratio" comincia già da quest'anno e la Banca d'Italia lo ha inserito negli aggiornamenti alle disposizioni di vigilanza prudenziale introdotte a fine 2010. Il liquidity coverage ratio (anche chiamato Bear Stearns test) è il risultato della lezione imparata durante la crisi iniziata nel 2007 e che dura tuttora. Nel 2008 alcune banche passarono da 18 miliardi di dollari di liquidità all'incapacità di far fronte ai propri impegni nel giro di 7 giorni (!). Il motivo è che molte fonti di finanziamento erano a breve e non furono rinnovate al minimo segnale di difficoltà, quindi la banca si trovò in braghe di tela.

Per questo il liquidity coverage ratio richiede che la cassa e le attività facilmente liquidabili coprano i possibili deflussi in caso di situazione di stress per almeno 30 giorni. L'essenza della norma sta però in cosa viene definito "facilmente liquidabile" e come vengono calcolati i deflussi attesi in caso di stress. Tra i titoli liquidi vengono conteggiati tutti i titoli di Stato dei Paesi dell'area euro: quindi non solo i titoli italiani, ma anche quelli greci, irlandesi e portoghesi. Tra i flussi attesi, un coefficiente "di pericolosità" particolarmente elevato viene assegnato ai finanziamenti ottenuti sul mercato o ai depositi raccolti sul mercato interbancario. E' giusto perchè si sono rivelate le fonti di finanziamento che si volatilizzano più rapidamente in caso di crisi.

Questo pone un enorme problema per le banche italiane, che hanno una fetta notevole di finanziamenti ottenuti sul mercato. Anche senza pensare alle opzioni più rischiose, se una banca compra un titolo di Stato italiano ottiene un rendimento del 3,45% e soddisfa i requisiti di liquidità. Se invece presta a un impresa, guadagna più o meno lo stesso, ma deve accantonare della liquidità per soddisfare il liquidity coverage ratio, visto che, giustamente, i prestiti alle imprese non sono considerati liquidi. Conclusione: perchè le banche dovrebbero prestare alle imprese? Ma se non prestano soldi cosa ci stanno a fare? La risposta è facile: "Ravanare" laute commissioni sulle operazioni degli ultimi imprenditori e lavoratori autonomi che passano sotto le loro grinfie. Basta.

Comunque, dal punto di vista dei banchieri, non prestare non fa una grinza è il meglio che si possa fare. Dal punto di vista del Paese, però, questo credit crunch si può facilmente tradurre in una catastrofe, l'ultima cosa di cui la nostra debole economia ha bisogno. Colpa di Bankitalia? No. La Banca centrale fa benissimo a monitorare il rischio sistemico delle nostre banche. Purtroppo l'elevato debito pubblico in un contesto internazionale "nervoso" ci espone al rischio di una crisi di fiducia: la possibilità che il mercato si rifiuti temporaneamente di rifinanziare il nostro Governo e le nostre banche. Per fronteggiare questo rischio le banche non solo devono avere un patrimonio più elevato (da cui la forte pressione esercitata da Bankitalia affinchè le banche aumentino il loro capitale di rischio) ma anche liquidità sufficiente per sopravvivere durante la crisi senza ricorrere al mercato.

Tanto più solide e liquide fossero le nostre banche, tanto minore sarebbe il rischio di una crisi di fiducia. Questo coefficiente di liquidità ha un ulteriore beneficio anticrisi: aumenta indirettamente la domanda di titoli di Stato italiani da parte del sistema bancario, sostenendo il mercato del nostro debito pubblico. Ma tutto finisce lì. Per le imprese, anche buone, zero e carbone. Quindi: ben venga una riduzione del rischio sistemico, ma questa non può avvenire a spese di una forte contrazione economica. Com'è fatale che avvenga in questo contesto. Non solo per il costo che questa avrebbe sui cittadini, ma anche perchè una riduzione del Pil (o una sua stagnazione che è dopo il crollo, la situazione odierna) metterebbe in dubbio la solvibilità di lungo periodo del nostro Paese, gettando i semi di quella crisi sistemica che si cerca di evitare.

Per combattere il crollo del credito non basta la "persuasione morale" tanto sbandierata. In un'economia di mercato le banche se ne fregano e rispondono solo e unicamente agli incentivi e qui gli incentivi sono chiari: conviene comprare titoli di Stato, non fare prestiti, quindi abbiamo incentivi costosi e controproducenti. La vera domanda è cosa si può fare per cambiare questi incentivi, senza compromettere la stabilità del sistema. L'idea più semplice sarebbe eliminare i titoli di Stato più rischiosi dalla definizione di attività liquide. Non solo è giusto (in una crisi la loro liquidabilità sarebbe dubbia), ma una decisione di questo tipo eliminerebbe l'incentivo delle banche a preferire titoli di Stato ai prestiti. Se è difficile discriminare tra Stati sovrani, basta farlo per rendimento. Titoli con alto rendimento sono necessariamente meno liquidi, perchè se fossero liquidi avrebbero un prezzo più elevato e quindi un rendimento più basso.

Questa proposta eliminerebbe il sostegno indiretto ai nostri titoli di Stato, ma è giusto perchè si tratta di un sussidio implicito altamente distorsivo che distrugge l'economia reale a medio/lungo termine. Francamente è l'unica proposta sensata che, a breve, potrebbe dare dei risultati prima della catastrofe prossima ventura". - Continua - (nella foto: la reazione di un bancario alla richiesta di un prestito da parte di un cliente)

Il Cancelliere

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   Copyright © Riminipolitica.com - Testata giornalistica - aut. trib. di Rimini n° 12/2007 del 26 aprile 2007
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