Fisco&Evasione/ Maggioli ha proprio tutti i torti? Beh, ne ha molti. E si scorda di dire qualcosa...

La querelle politica locale degli ultimi giorni è incentrata sulle dichiarazioni di Manlio Maggioli, presidente della Camera di Commercio di Rimini il quale, in estrema sintesi, invita a comprendere il comportamento delle piccole e medie imprese che evadono il fisco perchè altrimenti non sopravvivrebbero. Naturalmente le affermazioni di un personaggio riminese così "pesante" hanno scatenato una serie di reazioni, perlopiù fortemente contrarie a quanto Maggioli sostiene. Tra questi interventi, uno in particolare ci ha fatto "sobbalzare" dalla sedia: quello dell'economista Attilio Gardini.

Cosa dice Gardini? Anche qui in estrema sintesi: "Le tasse non si devono evadere ma il vero problema dell'Italia non è l'evasione bensì l'eccesso di burocrazia". Perchè sobbalziamo dalla sedia? Perchè leggendo l'intervista all'economista riminese abbiamo apparentemente trovato, nè più nè meno, le tesi espresse poco più di un anno fa (era il 7 luglio 2008) dall'ormai arcinoto "Cancelliere" durante la nostra prima intervista con lui. Per comodità dei nostri cinque lettori riportiamo le frasi salienti di quell'intervista. Affermava il Cancelliere…

"La crisi che il Paese attraversa è di sistema. Il peso dell'apparato burocratico, non solo pubblico in senso stretto (penso anche al sistema delle Agenzie e alle aziende monopolistiche) ormai supera per numero e importanza quello delle forze produttive. Viviamo in un Paese che, in qualche modo, può assomigliare a certi stati seicenteschi o al periodo del fiscalismo tardo imperiale romano, quando le forze produttive (allora l'immenso ceto dei produttori agricoli e dei piccoli mercanti) erano al servizio di una grande "classe" onnipotente, autoconservante e autoreferenziale" che viveva di prelievo sulle altre. Attenzione: non è la "casta" di Rizzo e Stella (ndr.: libro popolarissimo un anno fa, ed ora già dimenticato. L'italiano ha la memoria corta!). E' un ceto intero. Ciò lo rende ormai incontenibile, a meno di un conflitto durissimo… La situazione è questa. Il punto d'equilibrio fra queste due forze storiche, apparato burocratico/monopolista e apparato produttivo si è rotto. E la forza vincente di per sè non produttiva, per autoconservarsi, non può che comprimere il sistema residuo dal quale trae le risorse, fino a distruggerlo".

Ma, se interpretiamo bene il pensiero di Gardini che, non dimentichiamo, è un uomo del "centrosinistra", quindi "condannato" al linguaggio "politicamente corretto", tasse e burocrazia sono problemi separati. La sua tesi è: "...se funzionasse la seconda (la burocrazia), si potrebbero tranquillamente pagare le prime (le tassi attuali)...". Questo però non è vero. I cittadini pagano troppe tasse "anche" perchè mantengono una burocrazia pletorica, come ben descritto dal Cancelliere nel suo intervento. Un esempio tra i tanti possibili della burocrazia che tanto ci costa? La stessa Agenzia delle entrate. E con essa, connesse e collegate, le "mille" agenzie sorelle (le "mille" Equitalia, CO.RI.T., Agenzie del Territorio, ecc. ecc.). Ragioniamo un po'.

Negli ultimi dieci anni, tranne l'intermezzo di un anno e mezzo di Vincenzo Visco (intermezzo diciamo pure, infelicissimo), la responsabilità del ministero delle Finanze è sempre stata di Giulio Tremonti. Dunque, il sistema fiscale, così come lo conosciamo oggi, farraginoso ed incompleto allo stesso tempo, ha un "papà" ben individuabile. Chi manda avanti tutto l'ambaradan è un suo fedelissimo, Attilio Befera, nominato da Tremonti direttore generale sia dell'Agenzia delle entrate, sia di Equitalia. In pratica, il più grosso datore di lavoro pubblico in Italia, l'uomo con l'apparato di dipendenti più potente e più costoso di tutto il Paese. Che i contribuenti (totalmente (?) o parzialmente onesti) mantengono pagando le tasse costituendone, nello stesso tempo, la "materia prima".

Si tratta di un apparato che dispone di poteri invasivi e coercitivi veramente mostruosi (avete mai ricevuto una cartella esattoriale di Equitalia?) che utilizza come clava verso i contribuenti. Eppure, quest'enorme apparato burocratico deve essere mantenuto da chi lavora (dipendente o "autonomo" che sia). E, crisi o non crisi, passa sempre alla cassa quando è il momento di riscuotere e, per mantenersi, deve riscuotere sempre di più. Crisi o non crisi. Dunque, tornando daccapo, il nostro amico Maggioli ha ragione? Beh, diciamo che forse non ha tutti i torti. Però anche lui si scorda di dire alcune cose. Quali? Per esempio che sulla pressione fiscale locale pesano anche gli investimenti sbagliati come il Palacongressi di Rimini. Un'opera faraonica, sicuramente sovradimensionata, che rischia di essere fuori tempo massimo (così come il Palas di Riccione), ma che tutti i riminesi pagheranno, salatissimo, nei prossimi anni. Diciamo pure per qualche generazione.

Maggioli è stato un propugnatore del Palacongressi e con la "sua" Camera di Commercio, uno dei principali azionisti. Salvo, un mesetto fa, cominciare seminare qualche dubbio sulla bontà dell'operazione. Come mai solo ora? Riminipolitica, già il 18 aprile 2008, in occasione di un primo stop ai lavori e riprendendo ed analizzando una serie di considerazioni di Mario Ferri, noto commercialista riminese, apparse sul quotidiano La Voce scriveva: "… se solo la metà delle cose scritte… nelle scorse settimane fossero vere… sarebbe certamente meglio avere per un po' un cratere in mezzo alla città che un cratere nelle tasche dei soci e, quindi, trattandosi di Enti pubblici, dei cittadini". Stavolta ci piacerebbe non avere ragione. Sinceramente. (nella foto: Giulio Tremonti alle prese con due cittadini contribuenti)

Davide Bianchini

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