Politica/ Bersani, Franceschini e Marino, Chi è davvero "il migliore" per il futuro del Pd?

Con la riunione convocata da Maurizio Melucci martedì 7 luglio, è iniziata anche a Rimini la corsa per la segreteria nazionale del Pd. Melucci ha chiamato a raccolta le truppe che si pensa siano fedeli a Bersani. Hanno risposto in molti del partito. Qualcuno mancava (l'onorevole Elisa Marchioni, il sindaco Alberto Ravaioli) ma c'era, in contemporanea, l'insediamento della giunta provinciale e questo può aver dirottato un po' d'attenzione. Fra i presenti (Nando Fabbri, Morri, Pironi, Arlotti ed altri), non tutti sembravano convinti della scelta. Anche se tutti si rendevano conto di questo: Bersani uguale Errani uguale facilità di rapporto con la Regione (serve a molto, quando si presentano progetti e si bussa a soldi…).

E questo è un punto a favore del candidato piacentino. Come lo sono altre idee e cose che la base del Pd non può non valutare positivamente: la sua volontà di recuperare il rapporto col territorio (altro che "partito liquido" alla Veltroni); il tornare a disputare alla Lega i voti popolari nel Nord; il rapporto privilegiato con le Coop Rosse e Bianche (anche della Compagnia delle Opere); l'essere praticamente imbattibile in Emilia Romagna e Toscana. Punti a sfavore? Il legame con D'Alema. Lo stratega forse più intelligente, ma sicuramente più perdente della storia della Sinistra e il terribile connubio con Visco (ricordate le norme "Visco-Bersani" e il "vi faremo piangere" rivolto ai lavoratori autonomi?) che, nell'immaginario collettivo di ampie categorie, ne segneranno la vita politica per molto, molto tempo, e non certo positivamente.

E gli altri due competitori? Dario Franceschini è un Veltroni più determinato. In pratica, è ben visto dall'ex segretario del Pd, da buona parte dell'ex Margherita, da buona parte dei cattolici e da Fassino. Praticamente, è sostenuto da tutti quelli che non possono più vedere D'Alema. E Ignazio Marino? E' indubbiamente la candidatura più interessante perchè spacca il duopolio D'Alema / Veltroni e proietterebbe, se venisse eletto, il Pd in una nuova fase.

Naturalmente non ce la farà. Ma il personaggio è solido: grande studioso, professore in Università americane di primissimo livello; cattolico con un vero senso laico dello Stato; nettamente superiore agli altri due dal punto di vista culturale. E' sostenuto dai "Piombini", cioè dai giovani. Problemi: a parte i giovani del partito, non ha uomini (perlomeno non ne ha ancora) dentro l'apparato (ma forse Chiamparino potrebbe dargli una mano...). Non ha esperienze politiche lunghe, pur essendo senatore della Repubblica (ma non è detto che non impari in fretta. Come abbiamo detto, l'uomo è molto intelligente) e questo potrebbe rendere titubanti i suoi possibili elettori: potrebbero ritenerlo non adatto al ruolo di segretario

Inoltre, ha già ben spiegato che per lui non conta l'appartenenza o la lunghezza della militanza ma il merito. "Merito", parola a sinistra sempre poco amata. L'amplificazione della meritocrazia è cosa che a molti elettori del Pd (soprattutto a quelli - tanti... - che lavorano nell'ente pubblico), non va giù. Un concetto che, invece, piace moltissimo ai "Piombini" e ai (pochi) "non dipendenti" del Pd. A Rimini come finirà? Abbiamo detto: Bersani uguale Errani. E aggiungiamo: Errani uguale a D'Alema. Per cui… Ma, come ha ricordato recentemente al Lingotto Debora Serracchiani "al Pd serve uno che vinca le elezioni politiche, non che si accontenti di vincere il congresso".

Bersani (forte anche degli 80mila voti che Bassolino dice di poter muovere in Campania), può vincere il congresso e poi battere Berlusconi? Sicuramente sarà un osso duro per il capo del Pdl. Peccato che dovrà opporsi allo strapotere mediatico del premier che controlla quasi per intero i telegiornali in chiaro (quelli che fanno audience) e una parte della stampa. Una posizione di predominio regalatagli, praticamente, da D'Alema quando quest'ultimo stava al governo e si inventò la "bicamerale" per discutere di frequenze e proprietà televisive. Già, il fine stratega perdente. Berlusconi è ancora lì che ringrazia. (nella foto, un lavoratore autonomo elettore del Pd alla notizia della candidatura di Bersani).

Antonio Cannini

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