Vicenda Saccà/ Signor Berlusconi, lei in questo caso non ha diritto alla privacy

Sulla telefonata Berlusconi - Saccà si sono spese molte parole. Nei fatti raccontati dalle intercettazioni pubblicate dal Repubblica.it, il leader dell'opposizione tenta di accaparrarsi voti in senato e, per farlo, organizza una "raccomandazione di gruppo" per alcune ragazze "vicine" a politici di destra e di sinistra (quell'unica "di sinistra" servirebbe, sempre secondo le intercettazioni, a far passare un senatore dal governo all'opposizione favorendo così la caduta di Prodi). E parla della cosa con Agostino Saccà presidente di Raifiction, una importante struttura della Tv di Stato. Non con un direttore o presidente Mediaset. Ma non c'era spietata concorrenza fra la Tv di Stato e quelle di Berlusconi? Cos'è tutta 'sta vicinanza fra concorrenti?

Sulle qualità morali di queste due persone è meglio soprassedere. Che dire di un alto dirigente della Tv di Stato che introduce persone nei programmi Rai (mantenuta anche dai soldi del canone versato da tutti i cittadini onesti), prescindendo dai loro meriti professionali? E di un politico che pur di far cadere un governo usa questi mezzi? Che senso dello Stato potrà mai avere? Davvero, meglio soprassedere. La pena giusta per Saccà sarebbe il licenziamento (pur con tutte le cautele previste dall'art. 7 dello Statuto dei Lavoratori in materia di contestazione dell'addebito e garanzia del contraddittorio), essendo questi un incaricato di pubblico servizio. Soprattutto se si considera quanto grave risulti la violazione dell'obbligo di fedeltà del lavoratore sancita dall'articolo 2105 del codice civile. Mentre per Berlusconi l'accusa più banale sarebbe quella di corruzione.

Si vuole invece porre l'accento sulla scomposta reazione del leader di Forza Italia sulla pubblicazione delle intercettazioni, definita "un attacco criminale alla privacy". Come giustamente scrive il sito "Difesa dell'Informazione": "basta una sommaria valutazione dell'interesse pubblico alla conoscenza di quelle intercettazioni, nonchè una rapida disamina delle norme che disciplinano la professione giornalistica in materia di trattamento dei dati personali, per comprendere la pretestuosità di quelle affermazioni. Non c'è dubbio che l'interesse pubblico è massimo di fronte a un comportamento del genere. L'intercettazione telefonica del potente e ricchissimo leader della maggiore forza politica del Paese, padrone di Mediaset, che dall'esterno dispone delle mansioni di un dirigente Rai per soddisfare il mercato di voto già avviato in Parlamento, è la prova che a volte la sovranità non "appartiene al popolo", come invece sancisce l'articolo 1 della Costituzione.

La collettività ha il diritto di sapere che la scheda elettorale utilizzata alle urne per delegare l'esercizio della sovranità può rivelarsi carta straccia, in alcuni casi. Se poi si guarda alle norme del codice di deontologia dei giornalisti, che disciplina il trattamento dei dati personali nell'attività giornalistica, la conclusione non può essere diversa. L'articolo 6, comma 2°, stabilisce che "La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica". Ebbene, quelle intercettazioni svelano non solo lo scarso attaccamento di Silvio Berlusconi alle istituzioni, ma soprattutto un sistema di potere da lui gestito che sembra in contrasto con l'idea stessa di una moderna democrazia.

In altre parole, qui non sarebbe esatto parlare di privacy. A ben vedere, infatti, quelle intercettazioni non svelano fatti privati che diventano di interesse pubblico per effetto di un ragionamento logico. Non siamo a Vallettopoli, dove puntuali estorsioni a danno di vip e contatti con dirigenti Rai svelarono un sistema finalizzato sostanzialmente a fare soldi e a garantire a personaggi più o meno noti incontri di sesso. Le conversazioni tra Saccà e Berlusconi svelano senza equivoci un comportamento finalizzato ad impedire il normale funzionamento di un sistema costituzionale. Il diritto alla privacy non è un valore assoluto, ma relativo. Soccombe con l'emergere dell'interesse pubblico. E' come se la privacy fosse invocata da un gruppo di persone intervettate mentre progettano un colpo di Stato. In altre parole, il concetto di privacy non va mai riferito al mezzo (conversazione telefonica) ma al contenuto delle dichiarazioni. Altrimenti, si arriverebbe a considerare di interesse pubblico soltanto ciò che viene detto pubblicamente. Con tutte le disastrose conseguenze che si possono facilmente immaginare sull'informazione e sulla trasparenza dell'azione pubblica.

Da tutto ciò si può agevolmente comprendere l'assurdità di quelle posizioni, espresse da non poche parti politiche, circa la necessità che il disegno di legge sulle intercettazioni trovi rapida approvazione. Statuire il buio assoluto sulle intercettazioni fino al termine delle indagini preliminari (che in alcuni casi possono durare anche due anni) significherebbe privare la collettività, che è soggetto sovrano, di un fondamentale strumento di controllo dell'azione dei pubblici poteri. Soprattutto se si considera che le intercettazioni contengono elementi di verità, poichè nascono già dotate di valore di piena prova, a differenza degli altri atti riconducibili al pubblico ministero. Nascondere alla collettività proprio quei risultati delle indagini che più si avvicinano ad un'idea di verità, contenendo le intercettazioni sostanzialmente delle confessioni molto spontanee, significa porla nelle condizioni di non poter delegare consapevolmente l'esercizio della sovranità.

E se al limite poco importerebbe all'elettore se le conversazioni telefoniche del trafficante di droga o dello sfruttatore di prostitute finissero sui giornali immediatamente o con due anni di ritardo, tenendo unicamente al fatto che costoro siano comunque assicurati alla Giustizia, tutt'altra conclusione deve trarsi per i comportamenti di chi è delegato dall'elettore alla gestione della cosa pubblica. La trasparenza che l'articolo 1 della Costituzione esige nell'azione dei pubblici poteri, fa dell'immediatezza della notizia un principio irrinunciabile. Con la conseguenza che soprattutto i comportamenti di personaggi cui l'elettorato ha delegato l'esercizio della sovranità vanno conosciuti tempestivamente".

Antonio Cannini

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