Politica/L’ultimo nemico della Finanza è la democrazia (ovvero: come i cittadini elettori stiano diventando un’inutile appendice che sarebbe opportuno rottamare)

lanzichenecchiLa crisi dell’euro sembra in standby. Le migliaia di miliardi di euro in credito concesse dalla Banca centrale hanno solo apparentemente calmato le acque. Tuttavia sui mercati finanziari avanza una nuova minaccia: la democrazia. “Le elezioni francesi [il secondo turno delle presidenziali del 6 maggio sarà seguito dalle elezioni legislative di giugno] e greche [6 maggio], insieme al referendum irlandese [il 31 maggio], e non ultime le amministrative italiane, “alimentano le inquietudini degli investitori, delle imprese e dei consumatori”, spiega Elga Bartsch, della banca d’investimenti americana Morgan Stanley.

Lo dice senza ironia, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

I paesi europei impongono ai loro cittadini sacrifici dolorosi. Per guadagnare la fiducia dei mercati tagliano centinaia di migliaia di posti di lavoro, aumentano le tasse, riducono la spesa pubblica e intaccano le pensioni. Per rilanciare la competitività internazionale abbassano i salari, allentano i meccanismi di protezione dal licenziamento e indeboliscono i sindacati. Salvo quelli del pubblico impiego ritenuto, giustamente, il “baluardo” del regime. Nel frattempo l’occupazione crolla. In paesi come Grecia e Spagna metà dei giovani attivi non ha un lavoro.

In Italia siamo al 30%, ma cresceremo di sicuro.

“In questo momento il rischio maggiore per l’Europa non è tanto un aumento dei tassi sul debito – spiega Patrick Artus, economista della banca francese Natixis – quanto una crisi politica e sociale in un contesto di aumento incontrollabile della disoccupazione”.

A intervalli regolari, secondo le regole della democrazia, purtroppo per i signori della Finanza, le vittime della crisi possono recarsi alle urne per esprimere il loro parere sui provvedimenti adottati e, almeno in teoria, rifiutarli se non li condividono. Questo potere residuo genera l’inquietudine dei mercati. È per questo motivo che negli ultimi mesi la classe politica, che dalla Finanza dipende anima e corpo (e portafoglio...), ha fatto di tutto per neutralizzare il libero arbitrio degli elettori. Un po’ terrorizzandoli, un po’ cercando di inculcare l’idea dell’inutilità dello stesso sistema di consultazione popolare. 

In Grecia l’idea di un referendum sull’austerity è stata abbandonata a novembre dell’anno scorso, quando i leader politici tedeschi e francesi hanno apertamente minacciato Atene di cacciare la Grecia dall’eurozona se la popolazione avesse votato per l’abbandono dei provvedimenti di rigore. In Grecia e Italia la crisi ha fatto cadere capi di governo eletti, peraltro ampiamente screditati e poco presentabili, sostituiti da “tecnocrati” che non sono stati votati dal popolo e non dipendono dalla volontà degli elettori. Ma eseguono gli “ordini” che arrivano dall’alto.

“La politica in tempi di crisi somiglia a un colpo di stato permanente”, denuncia  Joseph Vogel, noto politologo tedesco e professore di letteratura. Sempre più spesso sono i negoziati informali tra i banchieri centrali a stabilire la politica. Oggi il potere decisionale è nelle mani dei “soviet della finanza”, si rammarica Vogel. Mentre ai Governi resta il compito di eseguire scegliendo i mezzi.

Transitoriamente il popolo è ancora chiamato a votare. Per esempio in Irlanda, dove a fine maggio si voterà l’adesione al trattato fiscale. Tuttavia il margine di manovra degli irlandesi è stretto: il paese dipende dagli aiuti del fondo di salvataggio europeo, che non saranno versati se Dublino non aderirà al patto di bilancio. Gli è stato detto esplicitamente.

All’inizio di maggio i greci eleggeranno un nuovo parlamento. Ma per mettere il piano di rigore al riparo dal libero arbitrio degli elettori, i probabili perdenti dello scrutinio – il Pasok [socialisti] e Nuova democrazia [destra] sono già stati costretti a impegnarsi ad allearsi dalla UE (!) proseguire sulla via delle riforme, cioè dei “tagli”. Resta il problema dell’avanzata dei piccoli partiti di opposizione che genera incertezza tra gli investitori, spaventati dalle tensioni politiche. Di qui i commenti delle varie Morgan Stanly e Co. Commenti insieme spaventati e ansiogeni.

Infine ci sono le elezioni presidenziali francesi. Il socialista François Hollande è in testa dopo il primo turno davanti a Nicolas Sarkozy, presidente uscente. Hollande vuole aumentare le tasse per i ricchi, mettere un freno alla politica d’austerity e rinegoziare il patto di bilancio, forse sono solo velleità. Ma la reazione dei mercati è stata durissima: ad aprile la Francia ha subìto un nuovo rialzo dei tassi in occasione di un’aggiudicazione obbligatoria e il giorno dopo il primo turno la borsa è crollata, e oggi la Francia si è vista abbassarsi il rating, come la Spagna, anche se in misura più blanda.

Da parte sua Sarkozy spinge la Francia sulla via delle riforme. Il che implica naturalmente sacrifici per la popolazione. Senza riforme, però, la Francia rischia di “fare la fine della Grecia o della Spagna”, avverte Sarkozy. Insomma non c’è alternativa. I francesi possono andare a votare, ma non possono scegliere. Il randello finanziario li punirebbe.

L’Italia potrebbe seguire se, ad esempio, alle amministrative vi fosse un successo dei cosiddetti “Grillini”.

Però ormai è chiaro a molti che dire alla popolazione che non ha scelta equivale a proibirgli di esprimersi e pensare. In altre parole, se non possiamo evocare le alternative possibili, è la fine della democrazia. Tecnicamente continueremo ad andare a votare, ma la gente non avrà più il diritto di scegliere, gli uomini e le donne potranno soltanto manifestare il loro sostegno a una politica irrevocabile, e la democrazia servirà soltanto a ratificare. Della democrazia è rimasta in vita, cioè, solo la libertà di ratifica. Per ora.

Oggi l’elettorato viene privato del suo potere dai mercati, che concedono o rifiutano il credito.

Cioè, è la fine della sovranità.

La politica è assoggettata alla legge dei mercati come se si trattasse di un fenomeno naturale.

L’unica cosa che la Finanza ancora non ha fatto è prendersi direttamente le tasse, cioè i capitali che le servono. Continua a farlo indirettamente attraverso le tasse applicate dai Governi. Cioè per mezzo di una finzione giuridica. Ma la sostanza è la stessa.

La “giusta misura” delle tasse è quella che, come capitale,  serve alla Finanza e un “quid pluris” destinato al mantenimento del “servizio burocratico” che la fa dominare. Basta.

In Italia siamo all’avanguardia perchè con l’IMU sta avvenendo esattamente questo.

Secondo molti, ormai, la libertà dei mercati si oppone alla libertà della democrazia. “Quando lo stato ha come unico obiettivo quello di aumentare la competitività, ci proibisce di porci la domanda fondamentale della democrazia: come vogliamo vivere?”. E’ una riflessione sensata. (gli addetti al servizio di riscossione sono gli unici lavoratori che ormai la grande finanza tollera ed è disposta a pagare)

E.B.

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