Il Cancelliere/ Cos'è il Fiscal Compact? La realizzazione dell'incubo di Orwell: lo psicoreato

pompieri2Infatti, a ben vedere, Il trattato riguarda l’introduzione di uno psicoreato, ovvero un modo di pensare che dovrebbe essere messo al bando. Non ha niente a che spartire col nazismo, il razzismo o qualche altra ideologia vera o presunta dell’odio. Si tratta di un modo di pensare che per circa trent’anni, a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale fino agli anni ‘70, è stato il prevalente “modo di pensare” l’economia di buona parte del mondo sviluppato: la filosofia economica di John Maynard Keynes, che oggi le destre europee vogliono, semplicemente, cancellare.
 
Stiamo parlando del contesto intellettuale della maggioranza del centrosinistra europeo e dei Democratici negli Stati Uniti. E a metterlo al bando è un trattato internazionale, alla stregua di quelli che vietano il traffico di esseri umani e le armi chimiche. E’ chiamato “Fiscal Compact”, appunto.
 
Mettere al bando la teoria keynesiana dopo il grande crollo del 2007 è un po’ come reagire a un massacro vietando i giubbotti antiproiettile. L’Italia è un caso esemplare. L’idea di fondo di Keynes era che i governi dovessero mettere in atto politiche anticicliche, governare con i deficit per dare slancio alle economie deboli e tagliare la spesa per raffreddare le economie surriscaldate.
 
Alla base della proposta del trattato fiscale voluto da Merkel, Sarkozy, Monti, Rajoy, Draghi ecc. c’è invece il concetto molto semplice che un governo deve comportarsi come un nucleo familiare, che negli anni delle vacche grasse fa uso di bigliettoni, ma in quelli di magra chiude tutti i portafogli. La sua opinione ponderata della teoria economica keynesiana è: non pensarci nemmeno. Le politiche economiche anticicliche sono proibite, addirittura da un trattato costituzionale con tanto di mega sanzioni per i trasgressori. Quindi politiche economiche che assecondano il ciclo anzichè contrastarlo.
 
Anche se credete che l’approccio keynesiano sia errato, pensate davvero che elevare un’ortodossia allo status di legge irrevocabile sia una buona idea? Questa è la stupidità di un’ideologia che non contempla la possibilità di sbagliare. Utilizzare la crisi per trasformare l’opinione di parte dell’economia in un dato di fatto indiscutibile è opportunismo ideologico cui alcuni deficienti si accodano. Soprattutto in Italia e qui da noi più inspiegabilmente e facilmente che in altri posti.
 
Il trattato fiscale non è un “dato di fatto”. Non è una verità scientifica, se non per gli economisti di certe “scuole”. E’ opinione della destra economica a cui è stata data forza legale e religiosa. Il “deficit strutturale” è un’interpretazione molto avversata di dati complessi e cercare di farne un concetto legale (anzi costituzionale) è roba da pazzi (i più) o da molto furbi (i pochi che ci guadagnano...).
 
L’idea che esista un livello sostenibile di indebitamento pubblico è tutta da dimostrare. La risposta dipenderà sempre dalla situazione contingente e da circostanze specifiche quali la crescita economica, la situazione demografica, la stabilità politica.
 
Il Giappone ha un indebitamento pubblico pari al 230 per cento del suo PIL, ovvero il quadruplo della soglia massima consentita nella zona euro. I mercati – le valutazioni dei quali si suppone che siamo tutti pronti ad accogliere come il Vangelo – non lo vedono come un problema: il rendimento dei bond decennali giapponesi è inferiore all’1 per cento. A determinare se siamo o non siamo in  crisi sono dunque le circostanze, e non il livello assoluto di indebitamento.
 
Il trattato fiscale, invece, dà per scontato che le circostanze siano irrilevanti: si auto-attribuisce un potere arbitrario sul debito, ne trasforma le leggi e le ipotesi in oggetti di culto e ci obbliga a rendere loro omaggio pena severe punizioni. Finge che circostanze e contingenze non esistano e che un unico livello di indebitamento sia giusto, sempre e ovunque  e per tutti.
 
Non si prende neppure la pena di affermare per quale motivo abbiano senso i limiti particolari che lo definiscono. In linea generale, è opinione corrente tra gli economisti che un debito pubblico superiore all’80/90 per cento del PIL ostacoli la crescita economica. Ma è un’opinione. Peccato che il limite della zona euro sia del 60 per cento, una cifra scelta soltanto perchè suonava bene.
 
In altre parole ci stanno per chiedere di approvare un potere ideologico mal concepito e mal strutturato, mirante a proibire un aspetto della politica economica. Ciò è tanto paradossale quanto l’idea (ormai diffusa: vedasi il prossimo attacco all’Iran) di una “guerra che ponga fine alle guerre”, di un dibattito democratico che miri a mettere al bando il dibattito democratico su precise questioni politiche, di un voto per limitare il significato di voto, ecc. ecc. Un potere ideologico mai visto in Occidente dai tempi del Concilio di Trento. Ma almeno lì si discuteva di una cosa seria: Dio. Oggi, nell’Europa occidentale o “Unione Europea”, che dir si voglia, il rapporto deficit/PIL è diventato Dio.
 
La cosa stramba e che riguarda specificamente l’Italia, è che questa idiozia (buonissima, almeno per ora, per la Germania e l’Olanda, cattivissima per l’Italia, sia appoggiata, da noi, dal partito (o meglio: caricatura di partito) che dovrebbe rappresentare il centro sinistra cioè il PD, che ormai del governo dei banchieri è lo sponsor principe. Partito evidentemente troppo occupato nelle vicende “Penati”, “Palermo”, ecc. per occuparsi di quisquilie come Keynes, democrazia o semplicemente di ciò che è scemo o no. E’ proprio vero che, come diceva Don Abbondio: “...gli è che il coraggio (NdR: il cervello) a uno, se non ce l’ha, non glielo si può dare...” Per il Pd è proprio così. (nella foto: Monti tenta di spegnere il debito pubblico italiano)

Il Cancelliere

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