Prostituzione/ Facciamo basta con la demagogia?

prostitutaL'ordinanza anti prostituzione voluta nel novembre scorso da Andrea Gnassi, sindaco di Rimini e poi applicata, non ha alcun valore. Come previsto in un nostro articolo del 21 novembre. Di fronte al ricorso di una avvocato difensore di una prostituta, il procuratore non ha potuto far altro che applicare la legge e dire che c'è differenza fra incolumità pubblica e sicurezza urbana (che competono ai sindaci) e sicurezza pubblica e ordine pubblico (che competono allo Stato).

Ci siamo occupati del tema diverse volte e sempre abbiamo scritto che queste ordinanze comunali, avevano l'obiettivo di catturare la benevolenza degli elettori più sprovveduti e del mondo cattolico. In realtà, come andiamo dicendo da anni (dai tempi della prima ordinanza emessa dall'allora sindaco di Riccione Daniele Imola, anche quella totalmente inefficace), questi provvedimenti non possono avere nessun effetto perchè manca una legge nazionale che regolamenti la prostituzione.

La decisione del Procuratore Paolo Giovagnoli che ha emesso la sentenza sul caso che poi ha scardinato la "legge Gnassi", sembra proprio avvertirne la tragica mancanza. Così come i recenti interventi di giornalisti del Carlino Rimini e poi dell'assessore Roberto Biagini che lamenta come "il legislatore non sia riuscito ad emanare una legge seria e puntuale che intervenendo sul fenomeno si proponga di arginarlo".

Biagini naturalmente sbaglia alcuni vocaboli, a nostro giudizio. Come noiosamente andiamo scrivendo da tempo la prostituzione, femminile e maschile, non è un fenomeno ma una costante fin dai tempi più antichi e va regolamentata senza avere la presunzione di arginarla. Basta regolamentare e offrire così migliori condizioni di salute, sicurezza, diritti (e doveri), tutele sociali a chi si prostituisce.

Serve dunque una legge nazionale che abbia tre caposaldi: 1) regolamentazione della professione che viene riconosciuta con tanto di diritti (maturazione della pensione, tutele sanitarie, ecc.) e doveri (obbligo di apertura di un'attività con tanto di partita iva, esercizio in locali idonei, versamento delle tasse, ecc.). 2) Divieto di esercitare per strada. 3) Duro perseguimento in sede civile e penale dello sfruttamento e della riduzione in schiavitù. Tutto questo avviene in altri Paesi Europei e lì i problemi di sicurezza pubblica (ma anche di sicurezza urbana), generati dal meretricio sono quasi assenti. E allora?

E allora i sindaci farebbero bene, anzichè emanare ordinanze che hanno il solo scopo di farsi belli davanti all'opinione pubblica e di fare soldi attraverso le multe ai clienti, a chiedere attraverso i loro organi di rappresentanza una legge nazionale che contenesse quei tre punti appena citati. Solo questa avrebbe l'effetto di liberare le schiave del sesso (che è il vero problema) e dare a chi esercita, una dignità e delle prospettive fino a quando decide di rimanere all'interno di questo mestiere.

In verità, neanche lo Stato italiano, affamato di soldi quanto i sindaci, si sta comportando con intelligenza. Ora come ora Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza stanno cercando di far pagare le prostitute che ostentino un livello di vita non consono al loro stato di nullatenenti. Giusto. Ma stona un po' il fatto che lo Stato chieda ad una persona di obbedire ad un dovere in base a proventi economici acclarati, ma non si preoccupi di riconoscerle diritti di cittadinanza (la pensione, per esempio). Le due cose non dovrebbero andare di pari passo? Quanti soldi in più incasserebbe lo Stato dal riconoscimento giuridico, economico e sociale del mestiere di prostituta?

Antonio Cannini

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   Copyright © Riminipolitica.com - Testata giornalistica - aut. trib. di Rimini n° 12/2007 del 26 aprile 2007
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