Crisi/ L'ultima analisi del Cancelliere

Dato la situazione decisamente vicina alla bancarotta del nostro Paese; e visto che il Cancelliere, personaggio ormai noto ai nostri lettori, aveva previsto tutto ormai da anni; gli abbiamo chiesto un'analisi storica su come sia potuto accadere che L'Italia abbia fatto una fine così miseranda. La sua analisi è di seguito integralmente riportata.

bugs_bunny04Una piccola analisi “storicizzata” ci consente senz’altro di dire che l’Italia ha affrontato la crisi economica globale odierna con l'eredità di quindici anni di lento ma costante declino economico: è il solo grande Paese, ho sempre ricordato, in cui la crisi ha distrutto tutta la - pochissima - ricchezza prodotta nei dieci anni precedenti. Se il prodotto interno non ricomincia a salire, il rapporto del debito sul Pil continuerà a crescere e non basterà cambiare un governo per tranquillizzare i mercati.

Ma come è possibile che un'economia come la nostra, che entrava nell’era della globalizzazione ricca di capitali - i famosi risparmi delle famiglie - di capitale umano, dell'esperienza di tantissime aziende che avevano fatto la loro fortuna proprio con le esportazioni, ha invece complessivamente arrancato per tutti gli anni 2000, fino a sfasciarsi? La spiegazione più semplice attribuisce la colpa all'incapacità dei politici di "fare le riforme". E’ un utilissimo (ma inconsistente e addirittura fuorviante) capro espiatorio. Eppure, a osservare senza pregiudizi la politica italiana degli anni '90 e dei primi anni 2000, si osserva un'attività riformatrice che non ha eguali. Oltretutto portata avanti, nonostante l’apparente muro contro muro mediatico, in maniera sostanzialmente, come si dice, bipartisan.

La lista delle riforme sarebbe lunghissima e spazia dalla trasformazione del sistema bancario al mercato del lavoro, dal diritto societario al più vasto (apparentemente), piano di privatizzazioni dell'intero Occidente. Eppure, una massa così ingente di riforme ha prodotto un risultato terrificante: declino della produttività totale dei fattori e del lavoro, declino dell'export, crollo drastico della capacità di innovazione comparata, esplosione della burocrazia, enorme aumento della pressione fiscale.

Una riflessione è dunque necessaria perchè altrimenti è impossibile continuare a suggerire cambiamenti sperando che abbiano effetti positivi dato che la gran parte delle riforme citate ha goduto di fatto di un consenso vasto. Infatti, solo dettagli (lo "scalone" pensionistico o alcune liberalizzazioni delle tariffe) sono stati cambiati da successivi governi. Nella sostanza, nessuna rilevante inversione di politiche è mai stata operata effettivamente, nonostante governi di segno opposto.

Infatti, durante la seconda Repubblica, la gestione della politica economica in Italia e delle sue principali riforme si è risolta in una serie di negoziazioni parziali e parcellizzate, prive di una coerenza di fondo che tenesse assieme in un disegno organico temi diversi tra loro come il mercato del lavoro, il diritto societario, o la disciplina del credito o il Fisco. Ma questi ambiti, apparentemente lontani, nella realtà interagiscono continuamente nella vita economica reale e producono o sinergie positive - se diversi istituti si supportano l'un l'altro - oppure risultati perversi - come accade in questo momento.

Un esempio: l'Italia ha adottato un modello tedesco a livello di asset consentendo alle banche di acquisire quote in imprese non finanziarie, funzionale a strategie di business e innovazione basate sul lungo periodo. Successivamente ha adottato il modello anglosassone per la governance delle aziende quotate, funzionale a strategie di business e innovazione profondamente diverse, che privilegiano il breve sul lungo periodo. Si tratta di due riforme che, singolarmente prese, sarebbero buone in sè e per sè ma in contrasto tra loro. Che non consentono lo sviluppo di complementarietà positive e, quindi, nel complesso minano la capacità del Paese, anzichè migliorarla. 

A conclusioni uguali si arriverebbe confrontando le misure sul mercato del lavoro con quelle sulla contrattazione. Il punto è che raggiungere un consenso parziale su singole riforme non è sufficiente a garantire un loro effetto positivo se esse non sono inserite in un disegno coerente. L'assurdo è stato raggiunto in campo fiscale dove tutte le enormi risorse arrivate da una fiscalità "predatoria" sono andate a incrementare e pagare caste e burocrazia senza finanziare la produttività nè - almeno - abbassare il debito. Debito che, anzi, è cresciuto in maniera mostruosa, nonostante la contemporanea, mostruosa, esplosione del gettito tributario.

Ancora oggi, nonostante si stia aprendo, pare, una nuova stagione politica, i principali protagonisti sono saldamente ancorati al modulo della seconda Repubblica: le riforme - qualunque esse siano - si discutono e si elaborano solo insieme a coloro che ne sono coinvolti nell'immediato. Si discute di pensioni e fisco solo con i sindacati; si discute di riforma delle professioni solo con gli ordini professionali; si discute di riforma del diritto societario solo con i vertici delle principali aziende, fino al paradosso, di cui ha scritto qualcuno, per cui si discute di abolizione delle provincie con i loro presidenti salvo lamentarsi del fatto che (stranamente!) sono contrarii.

Naturalmente la politica deve discutere con le forze economiche e sociali dei propri piani, ed è altrettanto naturale che, in una qualche misura, l'alleanza socio-politica che si trova temporaneamente al governo esprima politiche a suo vantaggio. Tuttavia, questo, appunto, naturale dispiegarsi e risolversi di conflitti è avvenuto finora molto meno di quel che parrebbe da una superficiale lettura degli infuocati dibattiti televisivi, perchè non sono mai emerse visioni politiche organiche, magari concorrenti, in grado di dare inizio ad una stagione di riforme coerenti e non distruttive.

Ma ormai è troppo tardi. La complessiva inettitudine di vent'anni di governanti ha reso inetto e imbelle il Paese. E, forse, viceversa. Le soluzioni tardive sono soluzioni solo apparenti e non serviranno a nulla. Il personale politico oggi è quello che è, ed è impossibile da esso ne nasca qualcosa di positivo. L’uomo, alla fin fine, conta qualcosa e da questi uomini, privi di ogni cultura ed inetti (nel senso latino del termine: non adatti) non si potrà ottenere niente. Noi possiamo avere 10 o 100 Mario Draghi. Ma se a questi fanno da contraltare le migliaia e le migliaia di Schifani, Rotondi, Scilipoti, La Russa, Ferrero ma anche di Gnassi, Lombardi e Petitti che esistono nel nostro Paese... beh! credetemi: non c'è più niente da fare. (nell'immagine: la faccia di Stefano Vitali quando, per scherzo, gli han detto che le Province erano abolite).

Il Cancelliere

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   Copyright © Riminipolitica.com - Testata giornalistica - aut. trib. di Rimini n° 12/2007 del 26 aprile 2007
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