Rimini&Economia/ A volte non fa male un ripassino

Anche oggi, come ieri, le prime pagine dei "nostri" giornali sono tenute dalle notizie riguardanti la stretta creditizia. Anche oggi, come ieri, si sottolinea che questa situazione sta mettendo in crisi l'economia della nostra città e rischia di avere effetti devastanti in brevissimo tempo. Non mancano i commenti delle firme più prestigiose e autorevoli delle varie testate. Purtroppo è un fenomeno che, al contrario di quel che potrebbe sembrare non è nato oggi ma si manifesta nella sua forma più virulenta da almeno un anno. Per i nuovi numerosi lettori della nostra testata abbiamo quindi pensato di riproporre alcuni articoli tra i più significativi su questo argomento.

Questo non per la solita smania di dire "noi l'avevamo visto prima", ma solo come utile (speriamo) ripassino di un argomento già ben approfondito da alcuni dei nostri migliori commentatori. Quindi tra i tanti abbiamo pensato di riproporre un articolo del 2010 intitolato: "Economia locale/Dopo la tosatura..." ; poi un articolo del Cancelliere del 12 maggio 2011 con titolo: "Il Cancelliere/ Vi spiego perchè le banche non prestano più soldi" ; infine un altro articolo dell'8 giugno, sempre di quest'anno, con un titolo lapidario: "Le banche non prestano più soldi". Chiunque abbia la pazienza di leggerli si accorgerà che il raccolto di oggi trovava purtroppo ragione nella semina di ieri.

La redazione

 

 

 

Dire: "L'avevamo detto" è sempre poco simpatico, però sull'articolo apparso il 2 dicembre su "Il Resto Del Carlino" cronaca di Riccione, relativo alla drammatica (il termine, una volta tanto, non è usato a sproposito) assemblea degli artigiani presso la locale Cna, a seguito dell' "azione massiva" di Equitalia contro di loro, non possiamo esimerci dal ripetere: "L'avevamo detto". Già nei nostri articoli del 2 aprile /2008, 9 settembre 2009 e 27 dicembre 2009 (tutti con titoli significativi), avevamo previsto che il micidiale meccanismo della riscossione, in un periodo di gravissima crisi quale quello che si preannunciava allora, e che oggi è in pieno svolgimento, avrebbe procurato dei veri e propri disastri.

Ora tutti possono accorgersi che avevamo visto giusto. Cosa è successo a Riccione? Nulla che non sia la, come si direbbe terribile "semplicità del male". Gli artigiani riccionesi, schiacciati dalle insolvenze dei loro debitori (spesso, tra l'altro, Enti Pubblici!) e la restrizione bancaria, si sono trovati in ritardo o inadempienti, con quell'inflessibile creditore che è l'Erario (in parole povere lo Stato) che agisce, e ormai lo sanno tutti, attraverso un formidabile e micidiale esattore denominato Equitalia S.p.a. che, in fondo, non è altro che lo stesso Fisco "vestito" da Società per azioni. Questa Equitalia, che ormai è diventata un commensale abituale della maggior parte delle imprese locali, e non solo (in quanto anche molti privati, ormai, sono indebitati con lei fino al collo e, come si dice burocraticamente, "rateizzati" per parecchi anni a venire) ha nei giorni scorsi, sommerso i malcapitati artigiani riccionesi con una raffica di ipoteche, pignoramenti presso banche e clienti, fermi amministrativi, ecc. ecc.

Il "Resto del Carlino", nel suo articolo, fa una cronaca efficace di quello che e successo nella sede della Cna, con questi che sono, tutto sommato, nient'altro che lavoratori, disperati e infuriati (ormai più disperati che infuriati...), per quella che di fatto, per molti, rischia di essere la rovina economica. Infatti, come molti sanno, l'attivazione di un procedimento del genere, spesso (anzi, diciamo quasi sempre), induce le banche a revocare fidi, chiudere conti correnti, chiedere rientri precipitosi a tutti coloro che non siano "ultra-solidi" e, diciamolo pure, oggi di "ultra-solidi" ce ne sono ben pochi. A tanto siamo arrivati.

Occorre anche dire che, se il problema degli artigiani quantomeno ha avuto gli onori della cronaca, trattandosi di una categoria perlomeno ancora dignitosamente rappresentata, gli stessi guai li hanno altre categorie, in special modo i commercianti i quali, privi come sono ormai di organismi di rappresentanza visibili ed efficaci, vivono questo vero e proprio dramma nel silenzio e spesso nella disperazione. Gli effetti di una politica che ora è distruttiva, ma che già ora si manifesta come autodistruttiva, non potrebbero essere più chiari. Ormai la corsa tra fisco e banche per distruggere il gregge che ormai è stato tosato a dovere e, quindi, non può più dare lana, è partita e non si sa dove e quando finirà. (nella foto: un artigiano riccionese dopo aver avuto a che fare con Equitalia e con le banche locali).

Woland

 

L'articolo comparso nei giorni scorsi sulla nostra testata, relativo al default greco, nonchè le notizie sempre più allarmanti, vedasi oggi il monito lanciato dal fondo monetario internazionale sulla tenuta delle banche e sui nuovi titoli "tossici" che ne avvelenano i bilanci, ci hanno spinto a chiedere alcuni lumi al nostro solito Cancelliere, il quale ci ha inviato un lungo articolo, che pubblicheremo in due parti.

La prima oggi, relativa al comportamento degli istituti di credito, che ormai hanno cessato di svolgere una funzione di finanziamento alle imprese, mantenendo solo l'attività speculativa.

Vi diamo di seguito la prima parte dell'articolo inviatoci.

"Oggi le banche non prestano, e quel pochissimo lo danno a carissimo prezzo. Il bello è che gli economisti si scannano per cercare di determinare con sofisticati metodi econometrici se una contrazione del volume del credito è dovuta a una riduzione della domanda (le imprese non hanno buone opportunità d'investimento) o a una contrazione dell'offerta (il sistema bancario ha difficoltà a erogare credito anche a imprese che se lo meritano). Non si tratta di una questione di lana caprina. Se il problema sta nella domanda di credito, si può cercare di ovviarvi stimolando la domanda aggregata. Se invece il problema origina da una carenza di offerta di credito, ogni stimolo alla domanda è inutile (anzi dannoso) e il problema va risolto alla radice: cioè nel sistema bancario.

La colpa sarebbe del nuovo coefficiente di liquidità introdotto da Basilea 3. In teoria dovrebbe diventare effettivo solo dal 2015, ma il periodo di osservazione del "liquidity coverage ratio" comincia già da quest'anno e la Banca d'Italia lo ha inserito negli aggiornamenti alle disposizioni di vigilanza prudenziale introdotte a fine 2010. Il liquidity coverage ratio (anche chiamato Bear Stearns test) è il risultato della lezione imparata durante la crisi iniziata nel 2007 e che dura tuttora. Nel 2008 alcune banche passarono da 18 miliardi di dollari di liquidità all'incapacità di far fronte ai propri impegni nel giro di 7 giorni (!). Il motivo è che molte fonti di finanziamento erano a breve e non furono rinnovate al minimo segnale di difficoltà, quindi la banca si trovò in braghe di tela.

Per questo il liquidity coverage ratio richiede che la cassa e le attività facilmente liquidabili coprano i possibili deflussi in caso di situazione di stress per almeno 30 giorni. L'essenza della norma sta però in cosa viene definito "facilmente liquidabile" e come vengono calcolati i deflussi attesi in caso di stress. Tra i titoli liquidi vengono conteggiati tutti i titoli di Stato dei Paesi dell'area euro: quindi non solo i titoli italiani, ma anche quelli greci, irlandesi e portoghesi. Tra i flussi attesi, un coefficiente "di pericolosità" particolarmente elevato viene assegnato ai finanziamenti ottenuti sul mercato o ai depositi raccolti sul mercato interbancario. E' giusto perchè si sono rivelate le fonti di finanziamento che si volatilizzano più rapidamente in caso di crisi.

Questo pone un enorme problema per le banche italiane, che hanno una fetta notevole di finanziamenti ottenuti sul mercato. Anche senza pensare alle opzioni più rischiose, se una banca compra un titolo di Stato italiano ottiene un rendimento del 3,45% e soddisfa i requisiti di liquidità. Se invece presta a un impresa, guadagna più o meno lo stesso, ma deve accantonare della liquidità per soddisfare il liquidity coverage ratio, visto che, giustamente, i prestiti alle imprese non sono considerati liquidi. Conclusione: perchè le banche dovrebbero prestare alle imprese? Ma se non prestano soldi cosa ci stanno a fare? La risposta è facile: "Ravanare" laute commissioni sulle operazioni degli ultimi imprenditori e lavoratori autonomi che passano sotto le loro grinfie. Basta.

Comunque, dal punto di vista dei banchieri, non prestare non fa una grinza è il meglio che si possa fare. Dal punto di vista del Paese, però, questo credit crunch si può facilmente tradurre in una catastrofe, l'ultima cosa di cui la nostra debole economia ha bisogno. Colpa di Bankitalia? No. La Banca centrale fa benissimo a monitorare il rischio sistemico delle nostre banche. Purtroppo l'elevato debito pubblico in un contesto internazionale "nervoso" ci espone al rischio di una crisi di fiducia: la possibilità che il mercato si rifiuti temporaneamente di rifinanziare il nostro Governo e le nostre banche. Per fronteggiare questo rischio le banche non solo devono avere un patrimonio più elevato (da cui la forte pressione esercitata da Bankitalia affinchè le banche aumentino il loro capitale di rischio) ma anche liquidità sufficiente per sopravvivere durante la crisi senza ricorrere al mercato.

Tanto più solide e liquide fossero le nostre banche, tanto minore sarebbe il rischio di una crisi di fiducia. Questo coefficiente di liquidità ha un ulteriore beneficio anticrisi: aumenta indirettamente la domanda di titoli di Stato italiani da parte del sistema bancario, sostenendo il mercato del nostro debito pubblico. Ma tutto finisce lì. Per le imprese, anche buone, zero e carbone. Quindi: ben venga una riduzione del rischio sistemico, ma questa non può avvenire a spese di una forte contrazione economica. Com'è fatale che avvenga in questo contesto. Non solo per il costo che questa avrebbe sui cittadini, ma anche perchè una riduzione del Pil (o una sua stagnazione che è dopo il crollo, la situazione odierna) metterebbe in dubbio la solvibilità di lungo periodo del nostro Paese, gettando i semi di quella crisi sistemica che si cerca di evitare.

Per combattere il crollo del credito non basta la "persuasione morale" tanto sbandierata. In un'economia di mercato le banche se ne fregano e rispondono solo e unicamente agli incentivi e qui gli incentivi sono chiari: conviene comprare titoli di Stato, non fare prestiti, quindi abbiamo incentivi costosi e controproducenti. La vera domanda è cosa si può fare per cambiare questi incentivi, senza compromettere la stabilità del sistema. L'idea più semplice sarebbe eliminare i titoli di Stato più rischiosi dalla definizione di attività liquide. Non solo è giusto (in una crisi la loro liquidabilità sarebbe dubbia), ma una decisione di questo tipo eliminerebbe l'incentivo delle banche a preferire titoli di Stato ai prestiti. Se è difficile discriminare tra Stati sovrani, basta farlo per rendimento. Titoli con alto rendimento sono necessariamente meno liquidi, perchè se fossero liquidi avrebbero un prezzo più elevato e quindi un rendimento più basso.

Questa proposta eliminerebbe il sostegno indiretto ai nostri titoli di Stato, ma è giusto perchè si tratta di un sussidio implicito altamente distorsivo che distrugge l'economia reale a medio/lungo termine. Francamente è l'unica proposta sensata che, a breve, potrebbe dare dei risultati prima della catastrofe prossima ventura". - Continua - (nella foto: la reazione di un bancario alla richiesta di un prestito da parte di un cliente)

Il Cancelliere

 

bancheSu tutti i giornali di oggi, in particolare su quelli locali, vi sono articoli che sottolineano la difficilissima situazione del settore bancario. Il più eloquente è il titolo della “Voce” che parla di “Anno nero per le banche locali”. Negli articoli si sottolinea, sia pure in maniera un po’ troppo soft, quello di cui tutti si sono più o meno accorti: negli ultimi sei mesi le banche, nonostante si dica il contrario, non prestano più soldi. Praticamente a nessuno.

In realtà, sempre all’interno dei reportage, si parla più genericamente di “restrizione del credito” soprattutto nelle attività a rischio (in primo luogo l’edilizia) o, ancor più genericamente, “di richiesta di aumento delle garanzie”. Ma si tratta di un quadro assolutamente non corrispondente alla realtà dei fatti, che, purtroppo, è molto peggiore. Ieri, per ragioni professionali, abbiamo dovuto occuparci della richiesta da parte di un imprenditore (tra l’altro in discrete condizioni...) che chiedeva un “castelletto” di sconto per soli trentamila euro. La vicenda, simile a tante altre, è durata mesi.

Prima l’istituto di credito ha richiesto, oltre alle usuali garanzie personali, una cogaranzia di una delle varie cooperative legate alle grandi associazioni e questo per la metà dell’importo cioè 15mila euro. Non soddisfatta, la Banca ha chiesto un’ulteriore garanzia di un deposito liquido di diecimila euro da parte di un congiunto dell’imprenditore. A questo punto chiunque capisce che il rischio per la banca si riduceva a soli cinquemila euro. Ebbene, la risposta finale è stata no!

Questo episodio, (ripetiamo: simile a tantissimi altri in questo periodo), denota lo stato gravissimo del nostro sistema creditizio e dei riflessi micidiali sul meccanismo produttivo in cui le nostre piccole aziende risultano destinate ad essere sacrificate a politiche incomprensibili, oppure alla intrinseca debolezza degli istituti ormai arrivata a livelli di grande pericolosità.

Aggiungiamo che, per regola non scritta, ma applicata in modo ferreo, i finanziamenti vengono anche negati a tutti coloro che, in qualche modo, abbiano a che vedere con il Fisco. Sia perchè oggetto di accertamenti bancari, sia perchè “toccati” dalle micidiali procedure di Equitalia. Anche in questo caso, parliamo di masse non indifferenti di soggetti per i quali, l’impossibilità di ricorso al credito segna, con sicurezza, la morte della propria attività.

Quindi gli allarmi lanciati oggi dai giornali sono perfettamente giustificati, ma anche assolutamente lontani dalla vera grandezza del fenomeno che ormai è decisamente imponente. In proposito sarà opportuno andarsi a rileggere quello che scriveva il nostro editorialista “il Cancelliere” nel suo articolo del 12 maggio 2011 intitolato “Vi spiego perchè le banche non prestano più soldi e cosa succederà”. Anche in questo caso mai profezia fu tanto azzeccata. (nella foto: "il maialino", l'ultima risorsa per molti)

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