Politica/ Una nuova legge elettorale? Sì, domani...

Mai come in questi giorni si è parlato tanto di “nuova legge elettorale” ma mai, a nostro avviso, vi sono state tante poche possibilità che ciò avvenga e si vada a votare con un nuovo e più corretto sistema. E se crediamo siano tutti d’accordo che l’attuale (il cosiddetto “Porcellum”), sia la peggiore legge elettorale possibile siamo convinti che, però, paradossalmente essa conviene a tutto il ceto politico.

Tutto, ma non in misura uguale, è ovvio. Vediamo perchè:

1) il punto di partenza per ragionare su qualunque riforma è sempre lo stato di fatto. A chi conviene mantenere l'attuale sistema? Certamente al Pdl. Fino a quando Berlusconi resterà dell'idea che il bipolarismo gli conviene, per lui non esiste sistema migliore di questo. Anche il collegio uninominale che i referendari vorrebbero reintrodurre con la resurrezione della vecchia legge Mattarella assicura una competizione “bipolare”, ma il collegio non piace al Cavaliere. L'esperienza ha dimostrato che una parte dei suoi elettori si rifiuta di votare i candidati della sua coalizione e questo lo danneggerebbe. Questo è indiscutibile. Il collegio uninominale privilegia poi candidati “forti” (e tendenzialmente “autonomi”) che lui detesta. Non a caso in questi ultimi anni Forza Italia-Pdl è stata “depurata” delle “teste d’uovo” e dei “non conformisti” inizialmente utilizzate negli anni ’90 nel momento fondativo del Partito.

Oggi invece c’è un “maggioritario di lista” ma, è qui il punto essenziale, “di lista bloccata”. Ogni elettore vota il partito preferito e quel voto si trasferisce automaticamente alla coalizione, eleggendo il “nominato” in base alla sua posizione nella lista. È un sistema che minimizza le defezioni elettorali e massimizza la raccolta di voti di lista per l'assegnazione del premio di maggioranza. Gli elettori leghisti non devono votare candidati pidiellini e viceversa. E tutti votano la coalizione.

Il problema di questo sistema di voto sono appunto le liste bloccate. Naturalmente anche questo elemento piace molto, come dicevamo, a Berlusconi. In fondo scegliersi gli eletti non è cosa da poco. Ed è uno dei motivi della solidità della sua maggioranza parlamentare anche in questi tempi difficili. Ma oggi è diventato uno strumento criticatissimo. Tant'è che nel centrodestra si parla ormai apertamente di voto di preferenza.

Per dare agli elettori almeno l’illusione di una scelta, per il Pdl pare che questa sia l'unica riforma da fare. Come se, ad esempio, il problema di un Senato in cui diciassette “premi regionali” rendono l'esito del voto una sorta di lotteria, non esistesse. Ma, occorre dirlo ancora: il “Porcellum” piace a tutti i partiti, che così possono premiare i “fedeli” ed evitare i “seccatori”. Insomma, al Cavaliere conviene il mantenimento dello status quo con l'aggiunta, se proprio non se ne può più fare a meno, del voto di preferenza.

2) A sinistra la situazione è apparentemente paradossale. I più convinti sostenitori del referendum, e quindi a rigor di logica del maggioritario di collegio sono (oltre a qualche “eretico” del Pd: Prodi e Parisi), Sel e Idv, cioè due piccoli partiti che non avrebbero nessuna chance di vincere alcun seggio maggioritario correndo da soli. Ma non sbagliano a preferire il maggioritario al proporzionale. Sanno che con il collegio il Pd deve fare i conti con loro se vuole essere competitivo, a meno di non fare accordi con l'Udc, cosa che in realtà il collegio rende più difficile. In un sistema frammentato come il nostro il bipolarismo paradossalmente avvantaggia i piccoli partiti concedendo loro un potere di condizionamento dei partiti più grandi. Le coalizioni pre-elettorali hanno bisogno di loro.

Forse è per questo che il Pd è spaccato tra bipolaristi e proporzionalisti. In fondo è l'unico partito che ancora non ha fatto una scelta chiara. Addirittura, pur di non scegliere ha presentato in Parlamento una proposta in cui c'è di tutto: collegi uninominali, doppio turno, proporzionale e diritto di tribuna. Se si arriverà alla resa dei conti, i più (cioè la maggioranza della”nomenklatura” del partito) potrebbero preferire un sistema proporzionale di tipo tedesco o spagnolo.

3) Invece la Lega è davvero in alto mare. A sentire Maroni sembrerebbe che i collegi uninominali potrebbero anche andare bene. Questo è curioso. Quanti collegi potrebbe conquistare la Lega correndo da sola alle prossime elezioni? Nel 1996 andò bene. Ma non è detto che la storia si ripeta. È vero che il Carroccio ha un voto territorialmente concentrato e quindi potrebbe vincere seggi (pochi) anche da solo, a differenza per esempio dell'Idv o di Sel, ma il rischio di non essere competitivo è elevato. Nel caso peggiore potrebbe addirittura sparire dal Parlamento. L'alternativa meno rischiosa è l'alleanza con il Pdl, cioè mettersi d'accordo su candidati comuni e spartizione dei collegi. Rispetto all'attuale sistema di voto sarebbe però un passo indietro. In molti collegi i leghisti dovrebbero votare i candidati del Pdl. Fino a quando Bossi deciderà che l'alleanza con Berlusconi è nell'interesse della Lega il mantenimento dello status quo è anche per lui la soluzione migliore. Dopo si vedrà. Potrebbe andare bene anche un sistema proporzionale. Oggi finchè comanda Bossi si resta con il Cavaliere, a dispetto di tutto e tutti (vedi Maroni, appunto).

4) Quello che ha le idee più chiare di tutti è Casini. Da quando ha lasciato Berlusconi alla vigilia delle elezioni del 2008 la sua strategia politica è stata lineare, seppure in quadro difficilissimo: fare di tutto per tornare ad un sistema che non costringa i partiti a scegliere alleati ingombranti prima del voto. Quindi un proporzionale tipo Prima Repubblica, magari camuffato da sistema tedesco o spagnolo. In realtà è quello che voleva fin dal 2005, quando insieme a Berlusconi disegnarono gli elementi essenziali della riforma elettorale (Calderoli fu solo un compiacente esecutore). Anche allora dopo la cancellazione dei collegi uninominali avrebbe voluto un sistema proporzionale senza premio di maggioranza e con le preferenze. Il Cavaliere non gli diede né l'uno né l'altro. Si dovette accontentare della sparizione dei collegi. E non fu poca cosa. La loro scomparsa ha restituito all'Udc autonomia. Con il collegio uninominale Casini sarebbe ancora nel centrodestra, sia pure controvoglia e avrebbe probabilmente seguito la sorte di Fini.

5) Questo è il quadro oggi. La conclusione è che, piaccia o meno, il pallino è nelle mani del Cavaliere. Se non cambierà idea sul bipolarismo e se Bossi continuerà a sostenerlo a tutti i costi, la strada della riforma passa al massimo per piccole modifiche dell'attuale sistema elettorale (cioè la reintroduzione delle preferenze). Ma l'incognita vera a questo punto è la Corte Costituzionale. Se a gennaio ammetterà il referendum e se l'introduzione del voto di preferenza nell'attuale sistema non servirà a scongiurarlo, allora si aprirà la strada verso le elezioni anticipate. Perché una cosa è chiarissima. Se non cambia il vento per il Cavaliere sarà comunque meglio affrontare la sfida delle urne con questo sistema elettorale e non con il collegio uninominale. Poi chi vincerà – se ci sarà un vincitore – deciderà cosa fare.

Ma è ovvio che lo dovrà fare con un nuovo Parlamento, ancora una volta di “nominati” e “non eletti” che, per forza di cose, crederanno di stare di là fino all’ultimo giorno dell’ultimo mese dell’ultimo anno. Quindi mai e poi mai, a nostro avviso, vi sarà una sensata riforma elettorale che riporti ai cittadini il “diritto di scelta”. Questa è l’unica cosa certa. In questa micidiale contraddizione sta buona parte della pericolosità della situazione italiana.

wkls.

 

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