Politica/ La crisi è partita nel 2008. E i provvedimenti per lo sviluppo arrivano nel 2011. Bravi!

somaroQualche giorno addietro, un ministro della Repubblica rivendicava con orgoglio i prossimi appuntamenti per discutere le misure di rilancio della nostra economia pronto a rintuzzare ogni accenno critico da qualsiasi provenienza. Viene da chiedersi dove potesse trovare il coraggio per un simile atteggiamento, nello stesso momento in cui annunciava i provvedimenti per lo sviluppo per l'ottobre del 2011, quando il fenomeno è scoppiato almeno tre anni fa, nell'autunno del 2008.

Ma si rendono conto questi signori, tanti della opposizione compresi, che da allora sono passati tre anni senza che essi abbiano capito la gravità della crisi anche dopo i ripetuti inviti ed ammonimenti di parecchi autorevoli esperti del mondo della scienza e della produzione? Ogni volta li respingevano definendoli come attacchi alle loro maestà e si  limitavano ad aumentare le entrate dello Stato per chiudere il buco. Non capendo la natura del problema non si sono minimamente preoccupati nemmeno di adunare il più grande numero di forze politiche possibile per fare fronte comune al pericolo. Hanno fatto di tutto per disunire anche ciò che poteva stare assieme. E l'hanno fatto per futili motivi.

Intanto la crisi montava e si aggiungevano altri danni che un comportamento più accorto avrebbe forse potuto evitare. Finalmente la paura dei mercati ed i calci nel sedere (perchè di questo si tratta), della banca europea, coi suoi inevitabili diktat hanno costretto i nostri eroi a muoversi nella direzione giusta.  Speriamo che anche con i calci negli stinchi che giungono da varie parti, si riesca a tenere in strada governanti e compagnia.

Anche per chi non cede nulla all'antipolitica, come il sottoscritto, che si riconosce in pieno nelle parole del presidente che dice "la politica siamo tutti noi" e crede che occorra tenere in debito conto la gente che abbiamo eletto per il necessario rispetto delle istituzioni, diventa difficile sopportarli. Rimango dell'opinione che le proclamate volontà di dimezzamento dei parlamentari servano a poco. Se anche fossero stati in cinquecento invece che in mille a produrre questi risultati, ben poco sarebbe cambiato.

Che in futuro possano essere mille oppure cento quel che conta è un cambiamento molto più profondo dei semplici numeri e, ripeto come in altre occasioni, che il nostro Paese dispone degli uomini e delle conoscenza necessarie per effettuare il cambiamento. Il problema è adunare la forza necessaria per provocarlo. (nella foto, il ministro dell'Economia spiega col consueto acume la manovra di sviluppo)

steve

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