Economia/ Italia verso il crack. Si può tentare ancora qualcosa?

giornaleinspiaggiaL’Italia sta andando verso il crack o, ben che vada, a un lungo periodo di stagnazione. Si spera di no, ma molti sono i segnali che vanno in questo senso. Le manovre economiche succedutesi negli ultimi mesi, non hanno fatto che deprimere i consumi. Inevitabile. Impostandole tutte nello stesso modo: tagli di spesa e aumento della tassazione (diretta o indiretta a questo punto conta poco), si è ottenuto il risultato di impoverire, generalmente, un po’ tutti gli italiani senza risolvere nessun problema. Chi è più povero non se la sente di spendere. Ergo le aziende industriali sono in difficoltà, così come lo sono il commercio, l’artigianato, l’immobiliare, ecc. Banale, ma è così. Basta guardare l’andamento del mercato dell’auto.

Eppure l’esempio della Grecia qualcosa dovrebbe insegnare, come ha ripetuto più volte e anche recentemente il “Cancelliere”, nostro collaboratore. In quel Paese, i tagli sono stati applicati soprattutto al settore pubblico (l’Ellade non ha industrie importanti e l’impiego pubblico è la vera “industria” che occupa moltissimi greci) e la maggiorata tassazione e i prelievi forzosi hanno riguardato un po’ tutti. Il risultato è che la Grecia sta andando in bancarotta. In verità, “tecnicamente” lo è da due anni, visti i tassi d’interesse che deve corrispondere a chi si è accollato il suo debito.

Per evitare il default italiano, a questo punto, la strada è stretta e non è detto che porti da qualche parte. Francamente, è molto tardi. Ma è chiaro che se si vuole risanare e ripartire, senza strozzare il Paese, ci sono alcune cose che vanno fatte subito.

1)    Riforma del sistema pensionistico. Non piace ai sindacati ma un sistema equo non può prevedere che alcune categorie vadano in pensione per anzianità di servizio. Fatte salve le tutele per chi fa lavori usuranti, andare in pensione a 65 anni, uomini e donne, dipendenti pubblici o privati, in un Paese serio deve essere considerato normale.

2)     La situazione è così grave che fra qualche mese si rischia di non avere i soldi per pagare i debiti contratti. Bisogna trovare soldi “extra”. Su questo ci sentiremmo di copiare dalla Grecia: taglio agli stipendi dei dipendenti pubblici di amministrazioni statali, regionali, provinciali (meglio sarebbe eliminare le inutili province ma…) e comunali. Soprattutto a quelli dei dirigenti. Dati alla mano, l’ente pubblico produce più iter burocratici e “cartaceo” che soluzioni. Non è quello che serve al Paese. Per di più un dipendente pubblico non perde mai il lavoro, neanche se manifestamente inutile o disonesto. Men che meno in tempi di crisi. Neanche questo serve al Paese. Troppa disparità di trattamento, francamente, con i lavoratori del settore privato.

3)    I soldi che si risparmiano nel pubblico vanno investiti nel privato alleggerendo il prelievo sulle buste paga dei dipendenti, soprattutto quelli a basso e medio reddito in modo da mettere loro un po’ di denaro contante in tasca.

4)    Alleggerimento della pressione fiscale sulle aziende che investono in Italia, assumono giovani a tempo indeterminato in Italia, fanno ricerca in Italia.

5)    Correzione “pesante” dei contratti a termine attualmente previsti in varie forme. Non hanno creato posti stabili di lavoro in più. Anzi, hanno messo al mondo una generazione di precari che non riesce a mettere da parte neanche un soldo e non investe sul proprio futuro, non può comprare niente, non si sposa, non fa figli. Si deve cercare un iter che trasformi i contratti a termine in “sicuri” contratti a tempo indeterminato.

6)    Lo Stato deve investire in infrastrutture e nuove tecnologie. Ma infrastrutture e tecnologie devono essere utili e intelligenti. Dunque: no al ponte sullo stretto di Messina; sì alla “autostrade digitali”, ai sistemi integrati, alle energie alternative, alla tutela ambientale, ecc. Tutto il contrario di quello che sembra preparare il governo con la sua manovra per lo sviluppo. Una manovra che, se confermata, non farà altro che favorire i "soliti noti", amici dei potenti.

7)    La lotta all’evasione fiscale va fatta ma non può portare alla chiusura delle aziende. Oggi Agenzia Italia ed Equitalia fanno il bello e il cattivo tempo. Sbagliato. Un’azienda, spesso di presunti di evasori fiscali, che si avvia alla chiusura perché si ritrova bloccata da Equitalia, volentieri ha al suo interno dipendenti che sono onestissimi nel lavoro che fanno e incolpevoli. Dunque si deve trovare il modo di evitare le chiusure generate dal fisco, magari col concorso dei lavoratori.

8)    Non privatizzazioni ma liberalizzazioni. Per veder diminuire i costi dei servizi si deve liberalizzare e mettere in concorrenza pubblico e privato ad armi pari. Certo non in tutti i settori ma l’esempio positivo (liberalizzazione) è quello dei telefonini, le cui tariffe sono relativamente basse e concorrenziali fra diverse aziende. Quello negativo (privatizzazione), è Hera che ha peggiorato la qualità dei servizi che prima rendevano le municipalizzate e che costa di più ai cittadini.

Certo, alcune di queste “riforme” andrebbero a regime nel tempo. Ma produrrebbero subito un effetto psicologico positivo sui mercati, sulle borse, sulla Bce, sull’Fmi, sulla maggioranza dei cittadini (certo, non fra i dipendenti pubblici ma sul tavolo c’è un conto salato da pagare e lo deve pagare chi è meno “vitale” per gli interessi del Paese). Il nodo, del resto, è questo: o l’Italia torna a produrre beni e servizi (utili, intelligenti, “nuovi”), oppure non basteranno tutte le manovre restrittive e depressive di Berlusconi, Tremonti e compagnia cantante per “tirarci fuori i zampetti”. (nella foto: un dipendente pubblico al lavoro)

 

Davide Bianchini

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