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EDITORIALE

IL RESTO SONO TUTTE BUGIE

Scendo lungo un sentiero sempre meno segnato il crinale che porta al torrente. e' un riale alpino, come tanti a nord est: acqua limpidissima, livelli ballerini a causa di sbarramenti e prese idriche varie...
Arrivare in fondo e' gia' fare della strada. Ecco perche' so che non incontrero' nessuno. Quando ero ragazzo, negli anni Settanta, qui ci si veniva all'alba, anzi con la torcia e il buio, per essere certi di arrivare per primi. Oggi qualsiasi ora e' buona. Dove c'e' da camminare e far fatica a pesca non ci va piu' nessuno. Il primo lancio lo faccio accovacciato di fronte ad una buca stretta e lunga, poco profonda, con l'acqua cristallina. Vedo uscire la fario, e' piccola, riesco al volo a non farla abboccare. Le prime tre sono davvero piccine, da rilasciare, uno spettacolo di pinne e puntini rossi ovunque. Trote vere, trote del posto, pesci che non semina nessuno. Che ci sono perche' qui le fario ci sono state sempre. Smetto di pescare, chiudo la canna: e' inutile ferire trotelle e il catch & release non mi piace. Sapere di potere, o altrove dovere, liberare i pesci non mi libera la coscienza dall'inutilita' di ferire una trota sapendo di poterlo evitare. Risalgo lungo i massi scivolosi, mi trattengo di fronte a promettenti correntine, guardo il bosco e la parete a picco sul torrente. Non c'e' nessuno qui, non viene mai nessuno. I pescatori sono altrove. Qualcuno, sempre meno, lungo i fiumi nei posti dove si parcheggia l'auto dietro la schiena, si scende e si pescano pesci gettati il giorno prima. Magari nei no-kill, dove le trote vengono buttate copiose per la gioia di una masturbazione permanente: prendi e lascia, sempre gli stessi pesci, sempre piu' stressati. Altri pescatori, molti, si trovano lungo le sponde dei laghi a pagamento che sono dei parchi tematici dedicati alla pesca dove la natura e' selvaggia come nei giardinetti della stazione.
No, non tutti i luoghi sono uguali, non tutti i pesci sono uguali. La pesca e' altro. La pesca e' qui, dove c'e' il passaggio del capriolo sul fiume, dove vedo il verde bottiglia dell'acqua diventare cupo e rimonto d'istinto la canna, striscio dietro un masso, lancio dove l'acqua cade e fa la schiuma ed esce una fario nera, nervosa, piroettante che giunge a riva in tutta la sua possente bellezza. Trenta centimetri di puntini rossi e neri, un piccolo miracolo della natura. Un colpo secco alla nuca e via nel cestino. Finira' con burro e salvia. Cinque ne tengo, ma non ne pesco di piu' per rilasciarle. Questo e' quello che mi da' il torrente. Poi cammino senza pescare, sento l'aria che rinfresca, ormai e' settembre, la fine della stagione. Il sole abbandona la stretta gola del torrente, scendo piano piano, sento il profumo di fungo e d'autunno. Risalendo dal torrente piccoli segni di una civilta' che scompare: la legna stipata di fianco alle baite per far fronte all'inverno, l'ultimo fieno ammucchiato a seccare. C'e' un mondo che sta scomparendo, con questo mondo, secondo me, scompare la pesca. Almeno quella che conosco io, quella che ho amato e che amo, fatta di alzatacce all'alba, di sgambate lungo i fiumi, di bicchieri di vino a sera e di pesci cucinati o affumicati perche' il pescato e' un piacere anche in tavola. No, non sono contro il rilascio delle catture, ci mancherebbe. Sono contro alle persone che non amano i pesci, che li prendono solo per il gusto di rilasciarli, che non hanno senso della misura. In certi no-kill si prendono e mollano trote o carpe o altro a decine di esemplari. Che nausea. Un pesce e' uno, e' un esemplare, ha una storia, una vita sua. Lo prendi, lo guardi, decidi che si', sara' per la prossima volta e lo lasci andare. Oppure decidi che no, che stasera finisce arrostito. A cinquanta pesci al giorno non c'e' amore, non c'e' scelta, e' una catena di montaggio. Come quella con la macchina dietro la schiena e i pesci buttati un'ora prima: non e' pesca, e' un videogame, e' finzione, e' una soap opera della natura. La pesca sta finendo, dicono in coro preoccupati i dirigenti delle associazioni, Fipsas in testa, e i produttori di canne e mulinelli. Si', la pesca sta finendo, perche' nessuno ama piu' pescare davvero. Perche' nessuno dice che per essere bravi pescatori bisogna imparare ad amare la natura, seguirne i percorsi e le stagioni, alzarsi all'alba, infilarsi di notte in mezzo alle zanzare, camminare per ore alla ricerca di un torrente perduto, collezionare insuccessi per catturare la propria moby-dick. Pescare significa leggere l'acqua. E avere l'umilta' di imparare, di ascoltare quello che il fiume, con i suoi pesci, sa dire al cuore. Il resto, per me, sono tutte bugie.

Michele Marziani




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