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EDITORIALE

La mia Ossola

La sveglia elettronica non fa in tempo a fare il primo bip che gia' mi trova pronto a scendere dal letto dopo una notte nella quale i sogni si sono mescolati allčattesa del dormiveglia. Sono le cinque meno dieci del mattino. Le rare volte che in citta' mi capita di alzarmi cosi' presto mi rigiro nel letto per una buona mezz'ora. Adesso in dieci minuti sono davanti a una tazza di caffe' bollente mentre dalla minuscola finestra con lčinferriata fa capolino unčoscurita' profonda. Le travi del soffitto costruite in legno massiccio, solido, sudato da chi lčha dovuto tagliare; il camino in pietra con la sua struttura eterna, il pavimento che sembra il lastricato del corso di una citta' medievale... Un poč mi vergogno a godere per le vacanze di una casa costruita con fatica in altri tempi, quando doveva servire a proteggere intere famiglie dalla durezza della montagna, dallčasprezza del clima, dal gelo, da una fame non facile da saziare. 'Altri tempi', penso, mentre uscito dal portale di legno mi oriento grazie allo scrosciare perenne della fontana della piazza. Le stelle incombono vicine nel limpido nero del cielo. Ha fatto freddo stanotte. Il rombo del motore che si accende nella pace delle quattro case di Pra Bernardo e' quasi un insulto allo scorrere apparentemente tranquillo di questa porzione di mondo. La strada sale tra curve e tornanti assieme ai primi bagliori del giorno: lčimmensa diga di Campliccioli si distingue grazie ai fari dellčEnel. Penso al rapporto ormai inscindibile tra i larici luccicanti, lčacqua scintillante e il cemento e lčacciaio della produzione energetica. Non riesco a immaginare questa terra senza lčimponente violenza dei manufatti dell'Enel. Eč come se ormai fossero parte del paesaggio. Mi viene incontro il guardiano, e' il padrone di casa e si informa su questo ospite mattutino che con lui condivide una passione antica: la pesca. Poche chiacchiere, qualche volata di fumo, consigli strappati al geloso custode delle profondita' lacustri. Di fronte allo scrosciare del riale che scivola rombante verso il lago e' difficile pensare da pescatore di citta', scegliere la canna tecnicamente perfetta, preparare la lenza. Laggiu', in fondo a questo specchio dčalta quota ci sono dei pesci alle prese con problemi maggiori della misura di un amo: lottare per sopravvivere, sfuggire alle trote piu' grosse, cercare nutrimento, far fronte al gelo dellčelemento liquido. Non e' facile la vita di un pesce in montagna. Non e' facile la vita di nessuno quassu'. Lancio lontano da riva, quasi con rabbia, mentre il sole comincia a farmi battere le palpebre e i contorni dei larici si fanno piu' netti. Il pescatore e' dčistinto sempre un po' predatore. Il cittadino e' sempre stato un predone della montagna. Cče' sempre stato qualcuno capace di circuire la fiera diffidenza ossolana promettendo benessere, lavoro, una vita un poč meno dura. Salvo poi chiudere le miniere, le fabbriche, non dire neppure grazie e lasciare dietro di se' vuote cattedrali d'acciaio. LčOssola e' terra di rapina per gangster in doppiopetto che entrano da sempre in questa banca della natura, mostrano la sicurezza di chi sa, trattano da amici o da padroni e poi portano via tutto: la pietra, lčacqua, il legno, lčoro, i fiumi, i ghiacciai. Eč bastato costruire qualche laghetto per rubare ghiacciai secolari. Via tutto, arrivederci e grazie. Il pensiero si fa cupo, ma viene risvegliato in fretta da un colpo sordo sulla punta della canna. Eč lei, e' la trota che si e' fatta ingannare da un inatteso lombrico. Abbasso la canna, attendo ancora qualche colpetto. Ferro con forza. C'e'. Sta lottando dallčaltra parte del filo contro un nemico invisibile, forte, diverso da tutti i nemici che aveva finora incontrato sulla sua strada e dai quali aveva imparato a difendersi. Prova a fuggire verso il fondo, ma la lenza la trattiene. Tenta di liberarsi con prodigiosi salti fuori dalla superficie. Si arrende. Arriva vicino a riva e si mostra su un fianco in segno di resa. Luccica sotto lčincrocio dei primi raggi di sole. Boccheggia. Morira' per un verme di troppo. Per una necessita'. La prendo nelle mani. La guardo. In fondo e' solo un pesce che ci fara' felici per cena. Sara' quasi un chilo. Quanto tempo ha vissuto in queste acque? Il guardiano con orgoglio mi ha detto che loro, con i fondi raccolti nelle sagre e tra i pescatori seminano nella diga trotelle di pochi centimetri. Questa e' lunga piu' di quaranta centimetri. Ho diritto di ucciderla e di portarla a casa. Me lo permette la legge, tutti se lo aspettano. Tutti lo fanno. Mia figlia e' golosa di trote. Eppure non me la sento di dire la parola fine per questo pesce che mi ha reso felice. Le tolgo il ferro dalla bocca, la tengo ferma nell'acqua gelida dellčinvaso, mi sento un po' sciocco, ma le dico arrivederci. Avrei potuto ucciderla e lčavrei fatto senza nessuna remora. In fondo sono qui per pescare. I pesci dellčOvesca, quelli del Toce, quelli dei vari laghetti finiscono sempre per allietare pranzi e cene. Eppure era impossibile non rendere onore a tanta fatica di vivere. Provando goffamente a non essere, per una volta, lčennesimo predatore dell'Ossola.

NOTA: questo articolo non l'ho scritto adesso, l'ho scritto qualche anno fa in appendice ad un mio libro sulla pesca in Ossola (l'Ossola e' uno degli angoli piu' belli e *maltrattati* del Piemonte orientale). L'ho tirato fuori da un cassetto, avevo voglia di condividerlo con voi mentre sto preparandomi per andare al Vinitaly al Verona. Gia', per chi non lo sapesse, il mio mestiere, oggi, e' quello di scrivere di cibo e di vino. Salute!

Michele Marziani




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