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Diario d'Appennino

RISPETTANDO LE REGOLE

Parto all’alba di buon ora, io con il mio cane e con la mia attrezzatura. La canna da spinning, qualche artificiale, lo zaino con tenda e forellino, thermos e corde, imbraco e moschettoni. In testa mi e' nata l’idea di andare nel pozzo di smeraldo, cosi' chiamato per il fondo tutto verde, dovuto al riverbero della vegetazione sull’acqua. Non e' facile arrivare in quel posto, ci vuole da casa mia una giornata di cammino. Nel folto della vegetazione mi faccio largo come posso, ma i rami mi s’impigliano tra la corda, lo zaino, insomma sembra proprio d’essere in una jungla. Nel tardo pomeriggio sono sopra al pozzo di smeraldo.
Era davvero tanto tempo che i miei occhi non vedevano quel posto. Nulla era cambiato, a parte la vegetazione piu' selvaggia e non controllata. Stendo la corda e la lancio nel vuoto. L’accompagna nella discesa un sibilo che fischia in caduta libera. Preparo il tutto per discendere a valle la roba necessaria per trascorrere la notte. Calato il necessario e con il mio zaino settanta litri vuoto, c’infilo il mio fidato cane Zen, il quale non credo sia molto invogliato di seguirmi. Ben stretto negli ancoraggi, almeno spero, guardo un attimo il salto di una ventina di metri che andremo a fare. Zen dietro brontola, ma ancora per poco… Mi stacco dal terreno e comincio la calata. Lentamente scendo, mentre sento nello zaino Zen che trema e tace. Sono a meta' cascata, e qualche spruzzo m’arriva addosso portandomi sollievo. Osservo la roccia nera e levigata dall’acqua, le piantine aggrappate al nulla che esprimono la loro armonia con dei fiorellini piccolissimi e colorati. Sono quasi a due terzi del pozzo e vedo benissimo il fondo del pozzo dello smeraldo. Sul fondo a sinistra noto un’evidente tana di trota; il terreno sotto all’acqua e' ben pulito, e la macchia e' molto grande. Credo che l’esemplare piu' grande di taglia stia proprio in quell’angolo. Mi soffermo per giudicare meglio ma non ho piu' dubbi: domattina il primo lancio sara' calibrato proprio in quel punto, poi vedremo cosa succedera'.
Arrivo finalmente a terra e la prima cosa che faccio e' liberare Zen dall’interno dello zaino, che con gran fretta comincia a prendere padronanza del territorio marcandolo. Che pace, solo il rumore dell’acqua mi giunge come musica. Ecco la vecchia piazzola dove dormii tanti anni or sono. E’ stata di ricovero anche per un capriolo maschio, riconosco i fregoni e le raspate per farsi il “cucchio”, il letto dove ha dormito. Monto la tenda e mi attrezzo per la notte: saccoletto, lampadina, fornellino del gas. Con l’acqua del ruscello che ci mette a bollire mi preparo un minestrone liofilizzato, oggi ho sudato molto e meglio che un minestrone non c’e' nulla, o quasi…Controllo il pozzo e vedo altre tane piu' piccole in fondo al pozzo. Ho deciso di passare qui la notte per poter lanciare domattina all’alba. Sono convinto che se facessi un lancio ora, dopo che mi hanno visto arrivare e con il caos inevitabile che ho fatto, avrei sciupato un sacco di fatica per niente. Bisogna rispettare le regole, e la regola mi dice che il lancio sia fatto domattina e proprio li', in quell’angolo del pozzo. Anche Zen non capisce bene perche' ci siamo cacciati in quel posto, ma quando apro la mia canna da spinning e la preparo per la mattina seguente, mi guarda e probabilmente mi stara' dando del matto. S’accuccia su se stesso e si prepara per la notte. Io sorseggio un buon caffe', m’accendo una sigaretta e penso a tutta la storia che sto vivendo. Due giorni delle mie ferie usati cosi', non potrei averli spesi meglio, ne sono semplicemente convinto. La notte arriva con tutti i suoi rumori ed i suoi abitanti. Un Capriolo abbaia in lontananza, mentre sento bene dall’interno della mia tenda, una predazione di un allocco ai danni di qualche topino o ghiro. E’ il gioco della natura, atroce e bello che sia. La notte ha i suoi personaggi, i suoi volti, le sue tragedie, come il giorno del resto. Uomini che uccidono, rapinano, persone che vanno a lavorare e tirano avanti la famiglia. Poi si ritrovano la sera a tavola a raccontarsi la giornata, spegnere la luce ed addormentarsi. E la notte altri tipi di uomini vivono, gente che frequenta postacci, che ruba, uccide, ne approfitta del buio per colpire e dileguarsi nel nulla. Come l’allocco che uccide di notte e di giorno riposa, ma lui risponde ad un istinto atavico. Uccide con pura lucidita', non con pura follia come fa l’uomo della notte. Questi ed altri pensieri mi passano per la mente mentre le forze m’abbandonano. Il caldo del saccoletto che m’avvolge mi proietta nel mondo dei sogni, mentre i rumori della notte s’allontanano pian piano. Quando mi risveglio e' l’alba. Apro la tenda e do il buongiorno a Zen che se ne sta con il muso al caldo rannicchiato. Lo chiamo e ci diamo il buondi'. Non voglio che mi vada a girare vicino al pozzo, potrebbe rovinarmi la pescata mettendo in allarme il pesce. Dopo una decina di minuti spesi tra preparativi e bisogni fisiologici, ecco la canna. Ferma, gia' montata, leggermente ricoperta di rugiada. La prendo in mano e l’asciugo, ansioso di fare quel lancio in quel pozzo in fondo a quel buco a casa di Cristo. Ma non mi faccio prendere dalla fretta, anzi, con calma assaporo l’attimo in cui l’esca entrera' in gioco. Ho rispettato tutte le regole del caso: accortezza, premura, poca confusione. Indispensabili se si vuole catturare la trota che forse abita quel pozzo. Ecco che sono pronto; la mano cerca l’artificiale che viene sganciato dalla canna, la mano che apre l’archetto ed il filo che prende consistenza. I miei occhi non si sono mossi da quello specchio d’acqua, carico la canna dando sfogo al polso che mette in moto tutte le forze fisiche presenti. Il Mepps del 2 tocca l’acqua e sparisce sotto. L’archetto si chiude e comincia il recupero. Neppure l’attimo d’immaginare tutto che tutto si risolve all’improvviso. Sento il filo che s’irrigidisce e la mia risposta e' immediata. La ferrata e la frizione che parte. La punta della canna mi si flette sul pelo dell’acqua. “Accidenti come tira, devo cercare di non farla ritornare in tana”, penso. Uno sciabordio d’acqua alla base del pozzo, eccola!!! Bella, nera come la pece con dei bollini rossi ben vistosi, una bella coda ed una bella lotta. Ma nulla puo' contro la mia canna e contro le regole ben impostate. Eccola che salta fuori dal pozzo, scoperta e beccata subito. La guardo ancora un istante. Una femmina di Trota di ceppo Atlantico, sui quaranta centimetri. Una dentatura perfetta con dei denti affilatissimi. Smonto la canna e non faccio piu' nessun altro lancio. Smonto il tutto mentre il fuoco e' diventato un braciaio. La trota del pozzo dello smeraldo fa bella figura sulle braci, cucinata con tante erbette naturali come il timo selvatico trovato e raccolto sul posto. Io e Zen ci siamo nutriti di quell’esemplare ed ora siamo pronti per rientrare a casa. Una giornata di cammino ci attende prima di ritornare a casa, ma questo e' superficiale. Mi disseto prima di ripartire e ringrazio tutto e tutti gli animali che mi hanno circondato. E’ importante, almeno per me, mantenere alto il contatto con le cose e gli animali. Credo che esista un grande Spirito che tutto governa, ed io cerco solo di non infrangere le sue leggi. Prendo dall’ambiente le cose di cui ho bisogno e risparmio le altre, per qualcun’ altro e per le prossime volte. Forse appartengo a quella schiera di uomini che vive di giorno e la sera si ritrova a casa, nel suo letto, pensando a che due bei giorni stupendi ho vissuto. Ringrazio il grande Spirito d’avermi elevato ancora di piu', d’avermi protetto che non mi sia fatto nulla, e d’avermi proiettato in un mondo che molti, veramente troppi, non riescono piu' a vedere. Zen conosce bene il canto del gufo dietro a casa mia, ma questo non lo preoccupa, anzi, stirandosi si accuccia e prende sonno. Io sono gia' in un altro sogno…

Mirto Campi




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