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Diario d'Appennino

Amore per la Pesca

Non riesco più a lanciare nei fiumi di pianura, non riesco più a lanciare accanto ad altri pescatori, a mettermi in competizione con loro, a ferrare qualche Trota immessa nelle acque da qualsiasi Associazione per i suoi tesserati. Non riesco più a scendere per sentieri strabattuti, a leggere le mille regole prima di lanciare un qualsiasi artificiale. Le mie ultime uscite sono fatte di sudore, fatica e pernottamenti. Come quella sera che con tenda e saccoletto mi sono recato sopra a quella montagna e mi sono gustato un tramonto bellissimo.
L’aria tersa d’estate era miscelata con il vento di crinale, fresco e copioso. Monto la tenda, preparo al fornellino un riso cotto e l’insaporo con del timo selvatico ed olio d’oliva. Mi corico per la notte. All’alba un caffè superbo mi sveglia alle quattro del mattino. Il sole deve ancora spuntare, ma nell’aria i primi animali emettono i loro rumori di risveglio. Un Capriolo a valle “abbaia” per far capire che quello è il suo territorio ad eventuali estranei. I primi merli cominciano a cantare copiosi e fieri. Le allodole cominciano a librarsi in aria per stirarsi le ali ed il piumaggio.
Lontano vedo il Volpe che beve ad una sorgente, mentre scorgo un gruppo di Cinghiali che passa dai prati dove hanno mangiato, al bosco per nascondersi. Trattengo il respiro e le lacrime per tutto questo Teatro che mi circonda. Una brezza sempre più accentuata s’insinua nei capelli. Ecco l’Alba, un alba speciale che non vedrò più domani. Qui non mi può fare del male nessuno, sono troppo felice per essere toccato dalla vita di tutti i giorni. Guardo Zen, il mio pastore tedesco pura razza bastarda che mi viene incontro e mi lecca la faccia, quasi avesse capito tutti i miei pensieri. E’ tempo di ricomporre le nostre cose e di dirigerci verso le sorgenti di quel ruscello che più a valle diventerà torrente, poi fiume ed infine Panaro, il più importante della Provincia di Modena.
Quanta strada che si farà stamani quest’acqua. Tanta strada per precipitare a valle e ritornare sotto forma di vapore proprio qui, dove nasce. E’ tutto un gran cerchio, la vita! Come mi sento piccolo, quasi sparisco di fronte a questo carosello. Ecco, ecco la Marmotta che esce dalla tana e dà il buongiorno alla colonia. E’ tempo di mettersi in viaggio, devo discendere di circa trecento metri e poi comincerò a pescare. Mentre cammino a valle, il sole staglia i suoi raggi di luce sul filo del crinale, creando giochi di luce unici. Aria fresca e polmoni ben ossigenati, è una splendida giornata di pesca, ne sono sicuro…E’ un’illusione, è tutto quel che ho, ma mi basta per vivere e vivere felicemente. L’unica colonia di Rododendri presente in Appennino Modenese è in fiore. Mi fermo a sentirne l’odore, mentre gl’insetti s’ingegnano già di fiore in fiore.
Eccomi alle prime cascate del rio. Lascio lo zaino a terra, non mi serve. Il rientro lo effettuo da dove parto a pescare. Devo tornare qui, e monto solo la mia canna da spinning e mi prendo qualche artificiale, rigorosamente Mepps del n° 2 paletta argento e puntini rossi. M’insinuo nel ruscello tra la vegetazione. I miei occhi e la mia mente sono già in caccia, all’erta. Ecco la prima bella buca dietro a quel discreto masso dove l’acqua lo accarezza sulla sinistra, per finire la sua corsa due metri più a valle in tranquillità. Il lancio è da manuale, artificiale a lato del masso, a monte dov’entra la corrente. Ed il polso e la ferrata istintivi. Che bella Fario nera come la pece e che bei pallini d’un rosso marcato. E’ una discreta preda di quasi trenta centimetri. Proseguo e ferro qualche rotella che arriva alla misura o poco più. Non m’interessano, cerco qualcosa di vero, voglio solo ciò che la Natura può darmi. Centellino le catture con parsimonia, un anno è corto per crescere in queste acque così fredde e poco ricche di cibo. Qui una Trota c’impiega almeno quattro anni per diventare un adulto di tutto rispetto. Ed io ho rispetto di tutto ciò che mi circonda, un enorme rispetto. Non posso e non voglio approfittare, non lo ritengo giusto. Per questo nelle mie uscite a spinning pesco solo con un amo e sempre privo d’ardiglione. Non voglio sciupare nulla di questo ben di Dio.
Più avanti l’acqua compie un salto di due metri, sotto un pozzo abbastanza profondo e largo m’ispira. La sera prima pensavo a questo pozzo ed a questo momento. Ed eccomi qui. L’anno scorso proprio qui avevo catturato un esemplare maschio di trentacinque centimetri, quasi un record per questi posti. In silenzio osservo il posto. Alcuni insetti toccano il pelo dell’acqua che, data la folta vegetazione, non mi permette di vedere sotto al pelo dell’acqua. Lancio in testa al pozzo, dove l’acqua entra diretta dalla cascatella. E’ una frazione di secondo, il tempo che l’archetto si chiude e sento la mangiata decisa. Ferro alzando il vettino della canna ed il filo esce dall’acqua trascinandosi in un attimo le mille gocce d’acqua in un arcobaleno che scompare subito. Questione di un attimo, ancora meno. Sensazioni che mi percorrono la schiena, brividi che mi scorrono sulla pelle, ed infine… eccola! Una bella Fario di circa trenta centimetri. Anche questa nera come la pece e con dei denti aguzzi da fare invidia al più bel pescecane.
Continuo a lanciare tra correntine e cascatelle, ma le Trote che catturo non mi gratificano come misura e le rimollo. In fin dei conti ho due esemplari bellissimi, ho trascorso una notte ed un alba da invidia, sono in un posto da invidia, cos’altro potrei volere? Zen ha già capito che si ritorna a casa e mi precede sui passi del rientro. Recupero il mio zaino e ci rimettiamo in cammino per il rientro. Passo tra la foresta di Faggi al cospetto di vecchi Faggioni secolari, percorro crinali e li valico, scendo fino alle sorgentine per bere e rinfrescarmi. Ed ecco l’ultimo crinale che4 m’immette nella vallata dove ho lasciato la macchia. La vedo in lontananza, piccola che brilla al sole ch’è già alto in cielo. Sento e vedo il gregge delle pecore di Renzo che arriva all’Alpe per pascolare e produrre un buon pecorino.
Questa è l’energia che m’invoglia ancora di pescare. Rialetti, poche catture, tanta fatica. Voglio lanciare dove altri non vanno, voglio i posti scomodi e difficili, voglio rischiare anche l’osso del collo, entro i limiti. Questo mi gratifica, senza nulla togliere a chi pesca nei fondovalle, intendiamoci. Mentre cammino mi viene in mente quel pozzo sperso a casa di Cristo la sotto al Monte … come cavolo si chiama?…. Si, quel pozzo che per arrivarci bisogna passare da sotto, no no, bisogna risalire per quella costina e discendere i pizzi bianchi, insomma domani….”Hei Zen, che dici; domani c’andiamo? Ma non mi sembri molto entusiasta…”




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