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Luoghi del cibo

Ristorante MACONDO

Cucina caraibica a Roma

Ebbene sì, nell'anno del Giubileo, siamo andati anche noi a fare un giro per Roma. E abbiamo visto una capitale nuova, rifatta (o in via di rifacimento... ), bella, godibile, accogliente con i turisti... E soprattutto abbiamo trovato una città colorata, multietinica, dove i cittadini hanno tutti i colori del mondo. Così, dopo le scorpacciate classiche della cucina romanesca (in cima alla classifica i fritti che si trovano anche per strada: i supplì, i fiori di zucca pastellati con la mozzarella e l'acciughina, i carciofi, le crocchette di patate... ) ci siamo lasciati sedurre da una delle innumerevoli proposte del resto del mondo che si trovano a Roma: il ristorante Macondo (proprio il paese felice di "Cent'anni di solitudine", il romanzo di Gabriel Garcia Marquez) in via Marianna Dionigi, 37 nella zona di piazza Cavour (tel. 06 3212601).
Il Macondo, a quanto ci dicono, è l'unico ristorante che in Italia propone cucina creola e caraibica. Di cucina caraibica - lo confessiamo subito - non capiamo assolutamente nulla, ma i piatti che abbiamo assaggiato ci hanno reso felici. Se poi siano o meno conformi a quelli "originali" questo non siamo proprio in grado di dirlo... Pensiamo di sì, visto che il personale è sudamericano. Se siete appassionati di cinema sappiate invece che il proprietario è il regista Giuseppe Ferrara (tra i suoi film "Il caso Moro"), considerato un appassionato gastronomo.
L'ingresso del Macondo è una piccola vetrina, quasi anonima, con esposti all'esterno i prezzi e la classifica di Class che indica il Macondo come il sesto tra i ristoranti etnici italiani. L'unica sala è piccolissima e i quaranta coperti sono uno vicinissimo all'altro, ma le pareti colorate e arricchite con disegni caldi e dall'allegria contagiosa, vi faranno sentire sempre a vostro agio, anche quando vi chiederanno di tenere le stesse posate tra una portata e l'altra. C'è il fascino di terre lontane nella parlata dell'unico cameriere che serve in sala con il cappello in testa, il sorriso aperto e la battuta pronta. Il menù propone i piatti in lingua originale con la spiegazione in italiano degli ingredienti. Di fronte alle perplessità si può comunque consultare il cameriere sempre prodigo di consigli sulla scelta di preparazioni assolutamente sconosciuti ai profani. Ad accompagnarvi in questo viaggio sudamericano c'è anche la musica latina di sottofondo, per nulla invadente ma capace di creare un'atmosfera di rara giovialità.
Il locale - nonostante l'apprente semplicità - dedica molta cura al "marketing" sui muri (ritagli di giornali e recensioni) e al momento del conto quando come biglietto da visita vi lasciano una fotocopia di un paio di recensioni (ovviamente positive... ). Meno positiva è l'assenza di parte dei pochi vini in carta (ottimo comunque il Cabernet-Sauvignon cileno propostoci come "consolazione") e di molti dei curiosi e interessanti rum del "cestello dei rum". In compenso il nostro Pampero Anniversario venezuelano ci è stato servito a fine pasto - dopo un grande caffè - in quantità da sbronza istantanea.
E nel piatto? Si può partire con le gustose "arepidas", polentine fritte ripene di formaggio da condire con una salsa di sesamo leggermente piccante per proseguire con gli stupendi "machuco y yuca": bastoncini di manioca fritti e coperti da una salsa di yogurt, cipolle, uova e peperoncino. Assolutamente da non perdere - anzi, si potrebbe venire qui solo per quello - il "pabellon criollo", un ricco piatto unico a base di densi e saporiti faglioli neri da mescolare al riso bianco, alle striscioline di manzo con le cipolle e a un genere di banana caraibica (il platano) fritta: un grande, fragoroso e inatteso miscuglio di sapori solari capaci di amalgamarsi in un vortice di semplici quanto inattese sensazioni. In alternativa, su ordinazione ("almeno il giorno prima, minimo quattro persone", recita il menù), si può gustare la "paella criolla". Oppure qualche piatto di pesce come il "pescado en cucurucho" o preparazioni a base di manzo o pollo dai nomi impronunciabili quanto invitanti. Conclusione sottotono con un semplice ma poco affascinante "flan de coco".
Il Macondo è aperto solo per cena, ma le serate romane seguono ritmi diversi dal resto d'Italia. Scordatevi dunque di trovare qualcuno - anche solo per prenotare - prima delle 20 (abbondanti). Conto intorno alle 60.000 lire.

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