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Luoghi del cibo

TRATTORIA FALCARO "Da Lele"

Una trattoria decisamente inattesa, da segnare in agenda per chi capita nella citta' veneta. Padova (PD)

Questa va raccontata così com'è, senza tanti fiocchi. Il merito è solo del caso. In viaggio di lavoro in quel di Padova raggiungiamo, con un discreto anticipo, il luogo dove dobbiamo recarci. La zona non è di quelle da ricordare (tra il cimitero e un cavalcavia non è certo l'angolo più bello della città), l'ora invece è proprio quella di pranzo. Che si fa? Se vogliamo mangiare non c'è tempo per spostarsi. Dobbiamo arrangiarci. Seguiamo le indicazioni di una trattoria presagendo la classica fregatura che coglie normalmente i viaggiatori impreparati.
Vista da fuori la Trattoria Falcaro "Da Lele" in via Pelosa, 4 (tel. 049 8713898) è ancora peggio di quello che ci si poteva aspettare. E' alla fine di una viuzza senza uscita, a ridosso di un tristissimo corso Australia dove sfrecciano le auto. Il caseggiato sa di vecchio. Forse ha un fascino un po' antico, retrò, campagnolo, ma le finestrelle verdi e l'intonaco che invoca una rinfrescata fanno tanto "casa del nonno", quella a cui non si mette mano "tanto alla sua età va bene così... " L'istinto è quello di andarcene, ma la porticina la varchiamo lo stesso. Così, per caso, per purissimo caso, entriamo in una trattoria dalla sobria eleganza dove ci sono due sale: una piccola e un po' esposta all'ingresso destinata ai non fumatori e un'altra lunga, a corridoio, per tutti gli altri. Ci sediamo. In tavola c'è già il vino. Su tutti i tavoli. E' il gradevole rosso della casa. Però viene proposto, invece che sfuso, nelle bottiglie, già aperte, con l'etichetta del ristorante. Fa sicuramente più figura del caraffone spinato al momento a cui ci stanno abituando troppi locali.
Il servizio, a voce, cortese, è infarcito dei commenti del proprietario, gran chiacchierone e simpatico affabulatore di cose di caccia... Niente di invadente però, se vede che "non è aria" batte subito (o quasi) in ritirata. Ordiniamo diffidenti (nonostante la trattoria abbia un'aria molto carina, il timore di esser capitati male è ancora forte) e seguiamo il consiglio del patròn: niente formaggio ma un filo d'olio extravergine d'oliva.
Per acquistare fiducia basta però il profumo di verdure che sprigionano i bigoli (gli spaghettoni veneti) conditi con un piccante e golosamente untuoso miscuglio di olive, pomodoro e peperoni. Sapide ed equilibrate anche le tagliatelle alla... il nome è impronunciabile, nonché incomprensibile (almeno per noi), ovvero condite con melanzane, funghi, pomodori ed altre verdure. Ben fatte anche le delicate conchiglie con le cime di rapa. Il gran uso dei prodotti dell'orto e è uno dei punti di forza di questa cucina di terra. Lo confermano le stupende verze all'aglio, le patate arrosto (peccato per quel pizzico di rosolatura in eccesso... ) e le verdure saltate. Meno encomiabile è il carrello delle insalate (scoperte) parcheggiato al centro della lunga sala.
Tra i secondi la selvaggina è una scelta quasi obbligata vista la passione venatoria del proprietario. Anzi, se siete contro la caccia vi conviene proprio evitare il locale: le pareti, oltre a stampe che raffigurano vari angoli del Veneto, offrono la vista di foto ricordo con vere e proprie "stragi" di animali. La "vittima" del giorno, nel nostro caso, è il germano reale, condito con abbondanza di odori, cotto al forno e servito con la polenta gratinata. Nella sua semplicità, una vera prelibatezza. Le alternative sono tutte a base di carne.
Conclusione con dolci di confezione casalinga: superba e ricca crostata (solo leggermente bruciacchiata alla base, ma siamo stati correttamente avvertiti... ), salame di cioccolato un po' troppo alcolico (ma la fattura di casa era comunque commovente) e zuppa inglese migliorabile. Conto tra le 40 e le 50.000 lire a tutto pasto, per una trattoria decisamente inattesa, da segnare in agenda per chi capita nella città veneta.

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