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Luoghi del cibo

"Societa' operaia di mutuo soccorso di Rivalba" detta "LA PETTORUTA"

Una trattoria da non dimenticare. Rivalba ( TO )

Ve le ricordate le trattorie? Quelle vere, di una volta, dove si mangiavano poche cose, buone, tipiche e genuine in un'atmosfera cordiale e informale? E la domenica ci si poteva andare con tutta la famiglia perché comunque il portafogli non piangeva?
Certo, si doveva rinunciare al servizio, alle posate di ricambio, a un bicchiere diverso per l'acqua e il vino. Tutto era molto alla buona, ma spesso (non sempre) anche molto buono. Si mangiava quello che c'era - "giovedì trippa"- ma quello che c'era era fatto con cura, da mani esperte che nel piatto portavano tutta la tradizione di un territorio. Oggi le vere trattorie sono rare, rarissime. Molto più spesso sotto l'insegna di una trattoria (falsa) si cela una fregatura (autentica).
Sarà per questo che quando si ha la fortuna di trovarne una con i fiocchi diventa quasi un luogo di culto.
Sono riuscito a tornare dopo parecchi anni a cena dalla "Pettoruta" (il nome deriva ovviamente dalle forme felliniane ma, per carità, non fatele leggere questo articolo perché se viene a sapere che tra gli amici la chiamiamo così non ci darà mai più da mangiare) a Rivalba, paesino collinare sopra Torino.
Dopo non so quante ore d'autostrada, la corsa verso Rivalba deve farsi frenetica. Al momento della prenotazione non c'è verso di trattare: si cena alle 20. State venendo da lontanissimo proprio per mangiare lì? Al massimo alle 20,30, ma che non capiti più. E state pur certi: alle 20,35 non si serve più nessuno. Eccoci trafelati imboccare il portone della "Società operaia di mutuo soccorso di Rivalba". Questo, il nome per esteso della trattoria. Dicendo dalla "Pettoruta" si fa senz'altro prima. Sono le 20,31, ci lanciano una bonaria occhiata di rimprovero e ci fanno accomodare: sala datata, riscaldata con stufa a legna, baffuti ritratti di soci fondatori e benefattori del soccorso operaio, tavoli con famigliole sforchettanti e rumorose, tovaglie linde, apparecchiatura essenziale e, al centro del tavolo, croccanti e squisiti grissini torinesi di fattura artigianale e pane fresco, profumato e fragrante come è sempre più difficile trovarne i giro. Da bere? Acqua e vino. No, non c'è il vinaccio sfuso, ma bottiglie dignitose a prezzi di provata onestà: il Grignolino della nostra serata costa 10.000 lire la bottiglia ed è buono.
Gli antipasti li volete? Certo, siamo qui per questo.
Ecco giungere in tavola una serie di salumi poveri, voluttuosamente grassi, autentici, saporiti, contadini... Ecco la morbida bresaola con le scaglie di grana... Ecco le indimenticabili acciughe in salsa verde, immancabili in una tavola piemontese.
Segue il cotechino con il purè, servito come antipasto: la carne è squisita, profumata, evocativa di meraviglie perdute; il purè è un sogno di velluto giallo, cremoso, ricco, dal sapore sempre più raro di patate. Un piatto commovente e gioioso, da solo capace di rendere la serata indimenticabile. Ma la portata successiva è quasi più affascinante: il vitello tonnato con la stupenda maionese fatta in casa.
Di primo ci sono gli agnolotti di carne e in alternativa il minestrone (sarà anche sabato sera, ma qui si bada al sodo). La fiamminga piena di rustici agnolotti conditi con il tipico sugo gira fumante tra i tavoli: ad ognuno le mestolate richieste. Una vera festa per il palato.
Del secondo non ci sarebbe proprio bisogno ma non si può dire di no a piatti semplici e familiari come il pollo arrosto e l'arrosto di vitello con le patata al forno (squisite, indimenticabili).
Di spazio per i dolci - anch'essi casalinghi - non ce n'è davvero più, li assaggeremo un'altra volta. Il conto, compresa una discreta bottiglia di vino da dividere in due, si ferma intorno alle 35.000 lire. Se vi dovesse capitare di passare nei pressi di Torino non perdetevi questa ghiotta trattoria (tel. 011/9604512).

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