Storia & Storie.

Le Negro Leagues : Squadre e campionati degli afroamericani prima dell'integrazione

Stefano Quaino

Le Negro Leagues sono quelle organizzazioni in cui furono segregati i migliori giocatori di colore: pur mancando della pubblicita' della NL o della AL, le Negro Leagues offrirono degli spettacoli di tecnica e di classe forse addirittura superiori. Numerosi campioni si misero in mostra, primi su tutti Josh Gibson e Satchel Paige, e le varie squadre, come ad esempio i Kansas City Monarchs e gli Homestead Grays, non avevano niente da invidiare ai vari Yankees, Giants, Cardinals. Prima dell’avvento di Jackie Robinson, che segnera' l’inizio della fine per le Negro Leagues, anche nel baseball tenne banco la segregazione razziale che separo' bianchi e neri in tutta la societa' americana.

Squadre formate da soli giocatori di colore erano gia' presenti sul territorio nazionale fin dagli anni ’60 del XIX secolo; in uno dei primi resoconti ufficiali compare una sfida del 1867, The Championship of colored clubs, tra i Brooklyn Uniques e i Philadelphia Excelsiors, vinta dai secondi per 37-24. Qualche mese piu' tardi, un’altra formazione di Philadelphia, i Pythians, chiese di poter entrare nella NA (la lega amatoriale), ma i dirigenti di questa organizzazione presentarono un documento ufficiale in cui si affermava: "If colored clubs were admitted there would be in all probability some division of feeling, whereas, by excluding them, no injury could result to anyone".

Questo pero' non blocco' i giocatori afro-americani e ben presto si affermarono le prime compagini estremamente attive e ben organizzate; nel 1869 i Pythians affrontarono i City Items (squadra sempre di Philadelphia) nel primo incontro multirazziale, vincendo 27-17. Quando nel 1876 nacque la NL, il disprezzo verso i neri aumento' considerevolmente: nel 1884 avvenne il famoso episodio di razzismo in cui furono coinvolti Cap Anson e Moses Walker, che porto' al graduale divieto per i neri di continuare a giocare nella NL e nella AA. A questo ne seguirono altri e tra il 1887 e il 1888 tutti gli atleti afro-americani non poterono proseguire la loro carriera nelle prime cinque minor leagues della nazione. Moses Walker era un ottimo ricevitore, ma il colore della pelle gli creo' molte antipatie anche tra i compagni di squadra; un lanciatore con cui lavorava affermo': "He was the best catcher I ever worked with, but I disliked a Negro and whenever I had to pitch to him I used to pitch anything I wanted without looking at his signals".

L’integrazione razziale era prevista soltanto nelle organizzazioni piu' semplici, ma sul finire del secolo anche queste opportunita' finirono, facendo diventare il baseball professionistico un "affare" per bianchi. Eppure gli afro-americani si distinsero molto bene sui campi di gioco, ottenendo ottimi risultati individuali, sebbene trattati in maniera pessima dai loro avversari e dai tifosi; erano colpiti volontariamente dai pitcher o dovevano subire pesanti scivolate da parte dei corridori. Non vanno dimenticati i cori dei tifosi, ma anche articoli sui principali giornali dell’epoca in cui ci si chiedeva "quando finirà questa mania di ingaggiare giocatori di colore?". Ad ogni modo i neri erano determinati a praticare la disciplina che amavano e decisero di formare le proprie squadre e federazioni e di organizzare dei tour in modo da poter giocare il maggior numero di incontri possibili: nel 1885 Frank P. Thompson creo' la prima squadra di colore professionistica, i New York Cuban Giants, formazione di livello assoluto tanto che nel 1888 sconfissero i New York Giants (vincitori delle WS) per quattro partite ad una. Su un giornale, The Indianapolis Freeman, comparve un articolo in cui si affermava che "I Cuban Giants, il famoso baseball club, hanno sconfitto i New York Giants, quattro volte su cinque, e adesso sono i virtuali campioni del mondo. I St. Louis Browns, Detroits e Chicagos, afflitti da Negro-fobia e incapaci di sostenere l'onta di essere battuti da uomini di colore, hanno rifiutato di accettare la sfida". Tra i principali atleti di colore dell’epoca ricordiamo: Bud Fowler, lanciatore e seconda base e Frank Grant, seconda base e considerato il miglior giocatore nero del XIX secolo.

Nei primi anni del nuovo secolo si assistette alla nascita di diverse compagini tra cui si ricordano i Norfolk (Virginia) Red Stockings, i New York Cuban X Giants, i Philadelphia Giants e i Brooklyn Royal Giants. Nel 1908 nel nord-est americano erano presenti una dozzina di squadre di neri e cubani, ben organizzate e stabili. Il talento dei giocatori era ben noto a tutti, in particolare a John McGraw dei New York Giants della NL, che cerco' in tutti i modi di ingaggiare due fuoriclasse come Jose' Mendez e Ruby Foster, fallendo purtroppo nel suo intento: a causa di un Gentlements’ Agreement era impossibile entrare nelle Majors per i giocatori di colore, i quali ben presto si rassegnarono alla segregazione. Tra le citta' piu' importanti del baseball di colore possiamo ricordare New York, ma soprattutto Chicago, in cui il razzismo era molto forte: ad ogni modo nella Windy City esisteva la Chicago League, organizzazione cui erano iscritte squadre formate da neri, ma anche compagini bianche, in cui erano presenti alcuni atleti dei White Sox e dei Cubs. Nel 1908 si verificarono le prime sfide multirazziali tra Chicago Cubs e i Chicago American Giants, con i primi vincenti, anche se a fatica, in tutti i tre gli scontri e tra Philadelphia Athletics e Cuban X Giants, con gli ultimi sconfitti 5-2. Nell’autunno di quell’anno i Cincinnati Reds si recarono a Cuba per sfidare formazioni locali rinforzate da statunitensi di colore: nonostante i resoconti non ben curati, e' risaputo che i Reds rimediarono delle sonore batoste, soprattutto da Jose' Mendez che non concesse punti in 25 inning di gioco. In seguito anche i Tigers raggiunsero i Caraibi e si racconta come il mitico Ty Cobb, grandissimo ladro di base, fosse colto rubando per ben quattro volte consecutive dai bravissimi giocatori cubani: la serie si chiuse con Detroit perdente in otto dei dodici incontri disputati.

In tutta la prima meta' del secolo si disputarono oltre 500 partite bianchi contro neri e il bilancio finale (anche se ufficioso) premia nettamente i secondi. I principali atleti dei primi vent’anni del secolo furono: John Henry Pop Lloyd, ottimo shortstop e pericolosissimo battitore, noto come The Black Honus Wagner. Rube Foster, lanciatore resosi famoso per aver sconfitto Rube Waddell. Jose Mendez, pitcher cubano, noto come The Black Matty. Smokey Joe Williams; lanciatore fenomenale che sconfisse molte volte avversari delle Majors. Nel 1925, ormai quarantenne, firmo' per gli Homestead Grays, dove gioco' ai massimi livelli per oltre sette anni. Oscar Charleston, uno dei migliori esterni del tempo; velocissimo era dotato anche di un potente e preciso braccio. In battuta era temuto sia per la potenza, ma anche per le altissime medie che sapeva ottenere.

Nonostante queste emozionanti sfide, la segregazione non termino' e sebbene Rube Foster, proprietario manager dei Chicago American Giants, avesse proposto un piano di integrazione razziale, il commissioner K. M. Landis lo rifiuto'; nel 1920 Foster e i maggiori proprietari di colore si riunirono a Kansas City e formarono la Negro National League che inizialmente comprendeva le seguenti squadre: Chicago American Giants, Chicago Giants, Cincinnati Cuban Stars, Dayton Marcos, Detroit Stars, Indianapolis ABCs, Kansas City Monarchs, St. Louis Giants. A queste si aggiunsero in seguito gli Atlantic City Bacharas e una compagine di Hilldale (Philadelphia). La NNL, il cui motto era We are the Ship, All Else is the Sea, ebbe buoni risultati soprattutto a Chicago, ma con la nascita a New York della Eastern Colored League il baseball di colore spicco' il salto di qualita'. Alla nuova ECL si iscrissero i seguenti team: Atlantic City Bacharach Giants, Baltimore Black Sox, Brooklyn Royal Giants, Hilldale Club (Darby, Pennsylvania), New York Cuban Stars, New York Lincoln Giants. Queste due leghe (in particolare la seconda) dimostrarono la volonta' da parte degli afro-americani di giocare a baseball e di formare un universo parallelo alla AL e alla NL, anche se la stabilita' non era paragonabile. Soprattutto nella NNL si riscontrarono i maggiori problemi con i giocatori che cambiavano continuamente squadre e in cui le franchigie piu' ricche dominavano sulle altre.

Nel 1924 si disputarono le prime Colored World Series con lo scontro tra i Kansas City Monarchs, vincenti 5-4 con un pareggio, e i Philadelphia Hilldales; tuttavia le CWS del ’24 e degli anni successivi si dimostrarono poco seguite dal pubblico locale che lascio' gli stadi molto spesso vuoti. Questo si puo' spiegare perche' le due formazioni campioni si erano gia' affrontate durante l'anno, le sfide si giocavano su campo neutro e anche perche' il vero interesse era per gli incontri tra le formazioni bianche e nere, che portavano sugli spalti migliaia di tifosi appassionati. Le CWS mostrarono pero' ottimo baseball capace di accontentare anche i palati piu' fini: nel 1925 gli Hilldales sconfissero i Monarchs per 5-1, mentre l’anno successivo a trionfare furono i Chicago American Giants per 5-3 sugli Atlantic City Bacharach Giants; va assolutamente ricordata la prestazione di Red Grier di Atlantic City che, in gara 3, lancio' un no-hitter, trent’anni prima di Don Larsen. La stessa sfida si ripresento' anche nel 1927 e gli American Giants vinsero ancora per 5-3, grazie al lanciatore (futuro Hall of Famer) Willie Foster. Purtroppo nel 1926 mori' Rube Foster e la NNL perse la propria figura carismatica; cinque stagioni dopo, l’organizzazione scomparve definitivamente, anche se preceduta dalla ECL, sciolta tre anni prima.

Nacquero inoltre altre organizzazioni, tra cui la Southern Negro League e la American Negro League, ma tutte ebbero vita breve e in poco tempo fallirono. Nonostante cio' il black baseball non mori', anzi prosegui' il suo successo, sebbene si dovesse aspettare il 1933 per la riorganizzazione della NNL e il 1937 per la nascita della Negro American League. All’inizio della decade fu fondata una nuova formazione, gli Homestead Grays, che tra le proprie file poteva schierare due autentici fuoriclasse: Buck Leonard e il leggendario Josh Gibson. Il primo era un ottimo prima base ed un preciso battitore, come dimostrano le sue statistiche (.341 in diciassette anni), il secondo divento' famoso come The Black Babe Ruth. Dotato di braccia fortissime, era il giocatore piu' temuto delle intere Negro Leagues: per dieci anni oltre ad essere il migliore fuoricampista (pare che in una stagione ne abbia messi a segno ben 84), compilo' delle medie notevoli; inoltre Gibson, a differenza dei tipici fuoricampisti, era un battitore difficile da eliminare al piatto. Le sue performance, in un certo senso paragonabili a quelle di Ruth, lo fecero diventare una leggenda e coinvolsero i tifosi che riempivano gli stadi un’ora e mezza prima dell’inizio delle partite: tra le imprese di Gibson va ricordato l’incredibile HR messo a segno con un braccio solo! In carriera ne mise a segno ben 670 (dato non ufficiale); pare che (ma sulla veridicita' non ne siamo certi) riusci' a spedire una pallina al di fuori dello Yankee Stadium, impresa non riuscita neanche a Ruth e a Mantle.

Oltre a Gibson si distinse un altro giocatore: Leroy Satchel Paige, lanciatore che disputo' gran parte della sua carriera con i Kansas City Monarchs. Originario dell’Alabama, appena diciannovenne (anche se la sua data di nascita non e' sicura) debutto' nelle Negro Leagues dove rimase per oltre vent’anni, portando alla vittoria numerose squadre. Era dotato di una straordinaria palla veloce, ma anche di un controllo micidiale, che gli permetteva di pennellare gli angoli della zona dello strike, e un bagaglio tecnico che gli consentiva qualunque tipo di lancio: la palla veloce (da lui chiamata Long Tom), lo slider (Bat Dodger) e il cambio (Little Tom); tra le altre sue specialita' era famoso l’hesitation pitch, un movimento, poi divenuto illegale, con cui ingannava i battitori avversari. La leggenda (non siamo sicuri sulla veridicita' di questi numeri) afferma che Paige vincesse dalle trenta alle quaranta partite stagionali, totalizzandone a fine carriera ben 800 con addirittura 29 no-hitter, un’enormita'. Paige era un attore consumato e a volte concedeva volontariamente tre basi su ball consecutive con nessun eliminato o chiedeva ai suoi interni di sedersi, per poi annunciare (e ottenere) tre strikeout di fila. Si afferma che i New York Yankees si convinsero pienamente delle potenzialita' di Joe DiMaggio solo dopo che Joltin’ Joe riusci' a battere una valida su Paige. Nel 1930 Satchel in un’esibizione mise K ben 22 giocatori delle Majors, mentre nel 1933 con la maglia dei Pittsburgh Crawfords riusci' a completare una striscia di 62 inning consecutivi senza subire punti. Nel 1934 i Monarchs giocarono una serie di sei partite contro una squadra All-Star capitanata dal grande lanciatore Dizzy Dean: Paige risulto' vincente in quattro di quelle sfide. Come detto in precedenza, anche se le sue migliori performance si verificarono con i Monarchs, Paige gioco' con diverse altre squadre, compresa The House of David, formazione composta da atleti ebrei con una lunga barba. Ma oltre a Gibson e a Paige ci furono numerosi giocatori che si misero in luce e la cui unica sfortuna fu di "nascere troppo presto". Tra questi ricordiamo Ray Dandridge (definito da Tom Lasorda il miglior terza base di sempre), Martin Dihigo (lanciatore ed esterno di origine cubana) e James Cool Papa Bell (dotato di velocita' bruciante, in grado di segnare su una volata di sacrificio partendo dalla seconda; si afferma che in una stagione di 200 partite avesse rubato 175 basi).

Negli anni ’30 esplose il fenomeno del barnstorming (comunque gia' presente in precedenza), vale a dire di quei tour organizzati che portavano le squadre da un capo all’altro del paese ed affrontare altre compagini. Ogni formazione giocava un numero relativamente limitato di partite all’interno della propria lega (circa il 33%), perche' la maggior parte di incontri era effettuata on the road, con il calendario stilato da ogni squadra. Nel 1931 gli Homestead Grays disputarono 144 partite contro team provenienti da tutta America, perdendone solo sei. I Grays erano famosi per la potenza in attacco e un pitcher di Homestead un giorno affermo', sorridendo: "You knew you’d get ten runs from the Grays, so you didn’t worry. You could have an ERA of 9.30 and win fifteen a season with the Grays!".

Assieme agli Homestead Grays e ai Newark Eagles, un’altra squadra divento' il simbolo delle Negro Leagues, i Kansas City Monarchs: dal 1931 al 1937 i Monarchs resteranno indipendenti da ogni organizzazione, giocando oltre 200 partite l’anno, a volte anche tre al giorno. Nel 1937 Kansas City rientro' nella Negro American League, vincendo il titolo sette volte in quattordici stagioni. La vita dei giocatori era tutt’altro che facile: gli spostamenti, effettuati con autobus prossimi alla rottamazione, duravano parecchie ore, mentre gli alloggi erano previsti presso alberghi di bassa categoria, essendo i migliori riservati ai bianchi. Particolarmente duri erano i tour nel sud degli Stati Uniti, in cui i giocatori dovevano subire soprusi razzisti d’ogni genere; sovente, non trovando alloggi negli hotel, gli atleti dormivano sugli automezzi e, per procurarsi del cibo, quelli di pelle leggermente piu' chiara si recavano presso drogherie e compravano grandi quantita' di pane, burro ed acqua. I ritmi di gioco erano impressionanti e molto spesso i giocatori disputavano tranquillamente due o tre partite ogni giorno, sapendo che quella era una fonte sicura di guadagno.

Tra le varie novita' di sicuro successo delle Negro Leagues ricordiamo le partite in notturna (proposte ben prima delle Majors) e la sfida East-West che comparve nel 1933 (stesso anno dell’All-Star Game "bianco") e che mise sullo stesso campo i migliori talenti della nazione, portando sugli spalti migliaia di tifosi. Nel 1942 ricomparvero le CWS che misero di fronte le migliori squadre della NNL e della NAL, con spettacoli di livello assoluto; la prima sfida mise di fronte i Monarchs e i Grays, guidati rispettivamente dai grandissimi Paige e Gibson; a sorpresa Kansas City si aggiudico' il titolo in sole quattro partite, con Paige vincente in tre incontri. Ma il momento piu' esaltante accadde in gara 2: al nono inning i Monarchs conducevano per 8-4 e, nonostante un uomo in terza base per i Grays, due facili out da parte di Paige tolsero interesse alla partita; ma Satchel voleva stupire il mondo intero e, dopo aver lanciato volontariamente quattro ball ai due battitori successivi, era pronto a sfidare a basi piene Gibson. Un eventuale fuoricampo avrebbe di conseguenza pareggiato la sfida, ciononostante Paige era conscio del proprio immenso talento e con tre palle veloci alle ginocchia elimino' l’amico rivale, restato fermo e immobile. Homestead si rifece nei due anni successivi, ma si fecero sorprendere dai Cleveland Buckeyes 4-0 nel 1945; nel 1946 si assistette, forse, alle piu' spettacolari CWS della storia tra i KC Monarchs e i Newark Eagles di Larry Doby, Monte Irvin, Leon Day e Max Manning. A trionfare furono gli Eagles, e i vari giornalisti si resero conto che il loro livello era nettamente superiore a quello dei St. Louis Cardinals, freschi vincitori delle WS bianche. Le ultime due edizioni delle CWS presentarono i New York Cubans vincenti sui Cleveland Buckeyes e i soliti Homestead Grays sui Birmingham Black Barons, tra le cui fila c’era un ragazzo di nome Willie Mays.

Nonostante l’eccellente livello, riconosciuto anche dai migliori giocatori bianchi, i proprietari delle Majors rimasero sempre contrari all’integrazione razziale, almeno fino al 1942, quando Branch Rickey divento' il general manager dei Brooklyn Dodgers: vedendo il talento degli atleti di colore e rendendosi conto del numeroso pubblico che li seguiva, Rickey decise che era venuto il momento di agire e rompere le barriere. Il suo giocatore ideale, colui che avrebbe dovuto debuttare, non doveva semplicemente essere un fuoriclasse assoluto sul campo, ma anche una persona matura in grado di sopportare soprusi e insulti d’ogni genere. Il suo uomo fu Jackie Robinson che, pur non essendo il miglior giocatore disponibile, era perfetto per il grande salto, avendo la maturita' necessaria (28 anni) e la solidita' psicologica adatta per resistere a tutte le ingiustizie che sarebbero state compiute nei suoi confronti. Il 18 aprile 1946 Robinson (dopo aver firmato il contratto l’anno precedente) debutto' con la maglia di Montreal, mostrando il suo valore con un’incredibile partita inaugurale e totalizzando a fine anno una media di .349. Jackie era pronto per entrare nella storia e nel 1947 divento' il primo giocatore nero delle Majors: concluse la stagione con delle ottime statistiche e vinse il premio come rookie dell’anno, dimostrando il valore di tutti i giocatori di colore.

Gli inizi tuttavia furono tutt’altro che semplici per lui, facile bersaglio di una moltitudine di tifosi razzisti ma, resistendo, Robinson spiano' la strada ai vari Roy Campanella, Monte Irvin, Don Newcombe e soprattutto i mitici Willie Mays e Hank Aaron. Nel 1948 Larry Doby divento' il primo giocatore di colore della AL nei Cleveland Indians, assieme a Satchel Paige, il quale ad oltre quarant’anni divento' il giocatore piu' vecchio a ricevere il premio come rookie dell’anno: dopo un paio di stagioni nell’Ohio e in seguito nei St. Louis Browns, Paige gioco' con i Miami Marlins nell’International League e in seguito con una squadra semi-professionistica. Nel 1965 all’eta' di sessant’anni fu richiamato nelle Majors per un’ultima partita in cui disputo' tre inning senza subire punti. La rottura delle barriere razziali segno' la fine delle Negro Leagues, sebbene la NAL continuasse fino al 1960. Inizialmente non tutti i giocatori di colore ebbero fortuna, rimanendo nelle minors, pur avendo miglior talento rispetto ad alcuni atleti bianchi, ma le imprese di Jackie Robinson e compagni segnarono profondamente la storia americana: un anno dopo il presidente Truman termino' la segregazione degli Afro-americani nell’esercito, nel 1954 la Corte Suprema fece lo stesso con le scuole pubbliche, negli anni ’60 il Congresso concesse ai neri il diritto al voto.

Sulle Negro Leagues e sui vari eroi si potrebbe parlare a lungo, ma e' opportuno chiudere il capitolo con alcune frasi che racchiudono l’orgoglio di giocatori, cui non fu possibile il debutto nelle Majors: I never felt that I wasn’t making the money the white players made, or I wasn’t as famous. I just wanted to play baseball. I loved the game. I’d have played for $100 a year, for a dollar. I’d have played for nothing. I’d have paid my own expenses and played for nothing just to get out there on that grass, that dirt, and play baseball. – Gene Neson, Philadelphia Stars.

Baseball fulfilled me like music. I played most of my life and I loved it. Waste no tears for me. I wasn’t born too early. I was born right on time. - Buck O’Neill, Kansas City Monarchs.

I wanted to play baseball and I did. I wanted to play with the best and against the best and I did. Miss the major leagues? I never did. - Bob Harvey, Newark Eagles. I was never bitter about the segregation. That was the way it was in those days. I wanted to play and I could only play in black leagues so I played in black leagues. I always felt, after integration, that our efforts, all those games and all those bus rides, made it possible for Jackie Robinson and those who followed. Yes, we paved the way! - Pat Scantlebury, New York Cubans.

(tratto dal mio libro "Take me out to the ball game")

Stefano Quaino


bibliografia:

Bruce Chadwick, When the Game Was Black and White.
The Illustrated History of Baseball's Negro Leagues, New York, New York, Abbeville Press, 1992, 191 pp.

Siti internet:

http://www.blackbaseball.com/

http://www.negroleaguebaseball.com/

http://www.nlbpa.com/index.html

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