Interviste

Roberto De Franceschi: "Le qualita' di un buon esterno sono..."

di Flavio Semprini

Roberto De Franceschi è una delle bandiere del Nettuno. 37 anni (è nato il 29 maggio del '65), gioca in serie A dal 1984. Sempre col Nettuno, ovviamente. Finora ha collezionato 1004 partite giocate, una media battuta di .322 (tra stagione regolare e play-off), 78 fuoricampo e 249 valide. In difesa, è sempre stato un punto di riferimento, anche in nazionale.

Tu hai 37 anni e sei uno dei migliori esterni centro italiani, se non il migliore. Per il ruolo in cui giochi, conta di più l'esperienza o la freschezza atletica?

Beh... Cominciamo a dire che si tratta di un ruolo particolare. Prima di tutto, te lo devi sentire" addosso". Poi, va detto che una vera e propria "scuola" italiana non esiste. C'è chi fa giocare in esterno il tal giocatore perché non è un gran difensore sul diamante interno, oppure perché ha paura delle rimbalzanti veloci, oppure perché batte benissimo e dunque gli si "deve" trovare un posto nei nove. Forse è un discorso accettabile per gli esterni laterali, ma di certo non lo è per un centrale che deve possedere alcune qualità imprescindibili.

Dunque, mancando una vera e propria scuola, devi imparare attraverso il gioco. Per questo contano gli anni di esperienza che accumuli. Ad esempio: la maggior parte degli esterni, quando vengono scavalcati dalla battuta, corrono all'indietro tenendo sempre d'occhio la pallina. Con gli anni e l'allenamento costante, io ho imparato a valutare la traiettoria della palla. Questo mi consente di perderla "volontariamente" di vista, per correre senza tenere la testa girata verso il diamante interno. Così guadagno quei 4/5 passi per posizionarmi in anticipo e, casomai, correggere la posizione di quanto è necessario.

Ma, come accennavo, contano anche altre doti: velocità, tiro e agilità. Sono caratteristiche che appartengono di più ai giovani, ma se le si possiede "di natura", consentono di giocare bene anche se si è un po' più avanti con l'età. Io sono fortunato: ho una buona velocità di base ed un braccio discreto. Mi ritengo anche piuttosto agile: da ragazzino giocavo come portiere in una squadra di calcio. Insomma, la mia agilità naturale l'ho sempre coltivata.

Insomma: esperienza, velocità, tiro ed agilità fanno un buon esterno centro.

E coraggio. Bisogna anche avere coraggio per andare a tutta velocità contro il muro esterno. Poi, anche i questo caso, si "aggiungono" tecnica ed esperienza: arrivati al muro si dovrebbe fare una mezza torsione per arrivare a prendere la pallina e posizionare le gambe in modo corretto. E bisogna sapere quanti passi ci sono fra la fine del "verde" ed il muro.

Chi è stato il tuo primo manager?

Andrea Caiazzo che giocò nel Nettuno degli anni '60. Fu lui a darmi i primi insegnamenti. L'allenatore fondamentale per la mia carriera è stato Giampiero Faraone che io, non mi vergogno a dirlo, considero come un padre. E' stato lui che mi ha impostato come esterno centro in maniera definitiva. Era il 1985 ed io, che avevo vent'anni, fino ad allora avevo giocato sia da catcher che da esterno. Prima di una partita di inizio stagione, vidi che nel roster ero titolare all'esterno centro. Gli dissi: "Giampie' mi fai fare l'esterno centro?". E lui: "Che, hai paura?". "No. Anzi, mi fa piacere che tu abbia fiducia". E da lì è iniziata la mia carriera di esterno centro.

La tua vittoria più bella col Nettuno e quella più bella con la nazionale.

Col Nettuno, lo scudetto del 1990, conquistato contro il Rimini dopo 17 anni di digiuno, in trasferta, nella partita decisiva. Con la nazionale la vittoria nell'Europeo del '97. Giocai molto bene in difesa prendendo 2/3 palle giudicate molto difficili da chi guardava la partita. In più, ciliegina sulla torta, battei 2/4. Ancora oggi qualcuno la definisce la "partita di Masin e De Franceschi". E questo mi riempie d'orgoglio.

I tuoi obiettivi per il 2003?

Acchiappare questa benedetta qualificazione olimpica. Spero che Giampiero mi prenda in considerazione per la nazionale. Ci sono dei giovani che stanno emergendo nel mio ruolo. E Davide Rigoli, del Grosseto, viene da un gran bel campionato. Mi piacerebbe giocare assieme a lui, anche da esterno laterale: saremmo un bel mix di velocità ed esperienza. Poi, per dirla tutta, mi piacerebbe moltissimo chiudere la carriera azzurra disputando le Olimpiadi di Atene.

E col Nettuno?

Diciamo che l'obiettivo della società è confermare il nostro livello attuale. Poi, tutti noi sappiamo quanto sia difficile vincere. Gli avversari ci conoscono come una squadra che gioca sempre alla morte. Anche quest'anno cercheremo di non smentirci.

Un'ultima domanda. Nel resto d'Italia Nettuno viene vista come un'isola felice del baseball, dove i bambini nascono e nella culla ci sono già mazza e guantone. E' veramente così?

Confermo. Io ho un negozio di articoli sportivi e sai qual è l'articolo più venduto nelle ricorrenze importanti tipo il Natale, le Comunioni e le Cresime? Il guanto da bambino in diverse misure, anche per i piccolissimi di 4/5 anni. Grazie al mio lavoro, la passione per il baseball la misuro ogni giorno. Ed è una cosa bella constatare tanta passione sia tra gli adulti che tra i giovani.

Inizio Indice Interviste

Indietro

 

Dati Anteprima.net