Interviste

Luca Martignoni: "Il baseball? Qualcosa che ti cambia"

di Flavio Semprini

martignoni"Il baseball deve essere una parte di te. Non e' un hobby. E non e' neanche un lavoro: e' qualcosa che ti tiene vivo. Giocare una partita offre sensazioni che non trovi nella vita di tutti i giorni. Il baseball ti cambia". Queste parole da giocatore 'd'altri tempi' sono di Luca Martignoni, 27 anni, pitcher mancino del San Marino. E dovrebbero bastare a far capire quanto questo tranquillo santarcangiolese ami il nostro sport.

Martignoni viene da un'annata particolare. Se nel 2000 aveva contribuito alla salvezza del San Marino con ottime prestazioni, l'annata 2001 non gli ha riservato le stesse note positive: lui si e' destreggiato in maniera sufficiente sul monte di lancio ma la squadra e' retrocessa, sostanzialmente incapace di reagire di fronte alle difficolta'. Non ultima, la partenza improvvisa di Reginald Leslie. Ma, se alla fine del campionato 2000 pochi si sarebbero stupiti di una sua chiamata in nazionale (che non arrivo'); la maglia azzurra gli e' invece stata consegnata alla fine dello scorso campionato, per la trasferta mondiale a Taiwan. Giusto o no?

Era giusto mi chiamassero nel 2000 perche', lanciando nella partita dell'under, avevo giocato buonissime partite. Ma non essere convocato non mi e' pesato piu' di tanto. La chiamata in nazionale di quest'anno, poi, e' stata la realizzazione di uno dei miei sogni.

Giocare con la maglia della nazionale che sensazioni ti ha dato?

Non saprei da dove partire. Quando ho allacciato il bottone del giubbotto e ho visto la scritta 'Italia' ho provato un'emozione fortissima. E poi l'inno nazionale: non avevo mai giocato una partita preceduta dal nostro inno. E anche se la registrazione non era perfetta, a me e' sembrato bellissimo. Magari saro' giudicato come uno che dice cose esagerate, ma io queste sensazioni le ho vissute veramente. Per questo mi piacerebbe tornare ad indossare la maglia della nazionale.

Credi possa succedere ancora?

Ci spero, ma e' chiaro che i giocatori piu' osservati dai tecnici delle nazionali giocano in A1. Comunque non mi sento tagliato fuori. Io daro' il massimo, anche perche' quest'anno il San Marino e' visto da tutti come la squadra da battere e dunque non ho alternative. Sara' durissima per me e per tutti noi.

Che spiegazione ti dai della retrocessione?

Credo sia mancato il gruppo. E non per colpa del nostro manager, Doriano Bindi, uomo che merita rispetto, molto umile e serio, sempre pronto ad impegnarsi. E' che in squadra non sempre ci sono tanti Elio Gambuti, pronti a dannarsi l'anima ad ogni allenamento. Io sono cresciuto nel Santarcangelo e credo di aver subito l'imprinting di quella squadra. Avevo 14 anni e sedevo in panchina. Il team non era composta da grandi campioni, ma tutti erano uniti e si battevano allo spasimo cercando di tenere testa alle grandi squadre. Li' ho imparato quanto conti l'impegno mentale che metti nel baseball: grinta, freddezza e nervi saldi sono importantissimi, soprattutto se non sei forte tecnicamente. Forse questo aspetto ci e' mancato nello scorso campionato.

Chi erano i tuoi compagni di squadra nel Santarcangelo di allora?

Fabio De Luigi, tanto per cominciare: uno che ha fatto strada anche in altri campi. Poi Davide Colicchio che ora gioca con me nel San Marino. E Andrea Donati, i fratelli Alessi, il grande 'Rollo' Pagani e tanti altri.

C'e' qualche tecnico o qualche giocatore al quale, in particolare, devi qualcosa?

Non qualcuno in particolare, ma tanti. Se a Santarcangelo ho imparato l'importanza dell'approccio mentale alla partita grazie a quella squadra, a Rimini ho affinato la tecnica. Li' gioca il mio mito: Roberto Cabalisti. E' un lanciatore tecnicamente diverso da me, ma lo considero fortissimo. Nell'anno in cui ho giocato a Rimini, e' stato uno di quelli che mi ha spronato di piu'. Pensa che è arrivato a farmi da catcher in allenamento, pur di farmi lanciare. Mi ricordero' sempre che una volta mi disse: 'un lanciatore deve avere almeno un lancio che lo porta allo strike out. Tu cura il tuo lancio migliore'. Roberto mi ha aiutato tanto. Cosi' come mi ha aiutato essere venuto a San Marino, un ambiente dove mi sono subito sentito circondato dalla fiducia della societa' e del manager Bindi. Debbo ringraziare Doriano che inizio' a farmi giocare da partente, preferendomi a lanciatori bravi ed esperti come Nicola Pelliccioni e Luca Spadoni (altro giocatore al quale devo tanti insegnamenti). Io, ancora oggi, mi sento in debito con Bindi e col San Marino. Anche perche' mi hanno fatto sentire uno che conta. Come dicevo prima, tutti hanno fiducia nel sottoscritto e questo per me e' importantissimo.

Cosa vuol dire fare batteria con Elio Gambuti?

Significa avere la possibilita' di non pensare a niente. Basta vedere il lancio che lui chiama e restare tranquilli. In due anni credo di avergli detto no due o tre volte al massimo. Per poi tornare sulle sue decisioni perche' erano quelle giuste. Per me, fare batteria con lui era, ed e' ancor oggi, un onore. E sono contento quando mi accorgo che si diverte a stare dietro al piatto con me sul monte.

Tu non sei un lanciatore potente. Pero' hai una palla molto mossa, spesso trovi i fili e, tra i tuoi lanci, uno e' davvero particolare.

E' vero. Neanch'io saprei bene come definirlo. Potrei dirti che e' una sinker che cala come lo slider di un destro. Piu' o meno. Lo alterno a curve e dritte. E' verissimo che non sono potente: tirero' sulle 80 miglia si e no.

Durante la tournee' mondiale, c'e' stato un giocatore che ti ha colpito in maniera particolare?

Orestes Kindelan. L'ho visto sparare un bellissimo fuoricampo a basi piene in una partita premondiale contro il Giappone. Cuba stava perdendo 2 a 0 a causa dello scarso controllo di Maels Rodriguez sul monte di lancio e lui ha raddrizzato così la partita. Per me, e' stato bello vedere un grande campione, del quale avevo tanto sentito parlare, comportarsi esattamente come mi aspettavo. Vederlo giocare mi ha 'saziato'. Finita la partita, ero completamente soddisfatto da quel che avevo visto. Tra i nostri credo che un bellissimo mondiale lo abbia giocato Ilo Bartolucci e, fra i giovani, Riccardo De Santis e Matteo Nava mi sono sembrati davvero forti. Di Walter Cossutta non credo si possa dire niente di piu' di quel che gia' si sa. Claudio Liverziani ha battuto a piu' di 300, dimostrandosi una sicurezza. In difesa mi e' sembrato fortissimo Francesco Imperiali, deve solo imparare a controllare le proprie reazioni nervose.

Perche' il tuo soprannome e' 'Cyborg'?

A Santarcangelo, qualche anno fa, c'era un allenatore dei lanciatori che si chiamava Adalberto Fantacilla. Io mi allenavo con lui dalle 2 alle 5 del pomeriggio. Era piena estate e lavoravo come stagionale. Quelle tre ore erano le uniche libere in una giornata lavorativa che iniziava alla mattina presto e finiva alla sera tardi. Poi la domenica, anziche' riposare, c'era la partita. Tutti si chiedevano come facessi a sopportare quei ritmi. Da li' il soprannome.

Un'ultima domanda. All'inizio dell'intervista tu hai affermato che la chiamata in nazionale ha esaudito uno dei tuoi sogni. Gli altri quali sono?

Beh! Negli anni futuri mi piacerebbe avere la possibilita' di giocare per lo scudetto, ma il mio sogno piu' grande non c'entra col baseball: e' mettere in piedi una bella famiglia.

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