Interviste

Giorgio Castelli: "Ecco perche' sono tornato"

di Flavio Semprini

Domenica 20 gennaio. Alla Coach Convention di Grosseto e' il momento delle premiazioni di arbitri, coach e giocatori. Giorgio Castelli e' sul palco con le personalita' del baseball italiano e mondiale che hanno partecipato a questo appuntamento. Lo speaker della manifestazione recita il nome di un premiato e scandisce: 'premia Giorgio Castelli'. Castelli si alza dal suo posto e va verso il fortunato. Parte l'applauso del pubblico. Prima piano, poi sempre piu' convinto. Si alza anche qualche 'Bravo Giorgio! Grande Giorgio!'. Gli applausi continuano. Anzi: aumentano. Dalle ultime file il pubblico inizia ad alzarsi. E' come un'onda che sale verso il palco: tutta la sala e' in piedi per una spontanea standing ovation all'uomo simbolo del baseball italiano. Dura qualche minuto. Qualcuno ha gli occhi lucidi. Claudio Banchi, il presidente del Grosseto, piange. Questo e' l'effeto che fa oggi Giorgio Castelli, dopo vent'anni di lontananza, al mondo del baseball italiano.

Castelli, lei oggi torna nel baseball come uomo immagine della nazionale. Perche' nell'83 si stacco' in maniera cosi' drastica dal baseball? Lei non solo smise di giocare, smise anche di frequentare il campo.

E' vero, decisi di troncare di netto. Avevo la nausea. Non mi importava piu' di vincere o perdere, mi sentivo come 'intossicato'. In piu', ero sconfortato da un ambiente che non aveva saputo raccogliere quello che avrebbe meritato. Poi pensavo fosse giusto lasciare spazio ai piu' giovani e avvertivo l'esigenza di fare esperienze diverse. E' stata una decisione dura da prendere. Anche criticata da chi mi voleva bene: parlo della mia famiglia e dei miei amici piu' intimi. Ma proprio non me la sentivo piu' di mettermi a disposizione della nazionale e della squadra. In Federazione non c'era chiarezza con un clan ristretto che comandava. Davvero, non mi divertivo proprio piu'.

E adesso ha deciso di tornare. Perche'?

Sa come mi sento? Come un vecchio campo che viene rivangato di fresco. Sono pronto a rimettermi in gioco per dare una mano. Sto facendo domande su domande ai vecchi amici che ho ritrovato, ed ai nuovi che sono entrati nel baseball. Ho sensazioni positive, vedo che c'e' tanta gente giovane innamorata del baseball. Mi pare che molte cose siano cambiate e che si debba parlare, piu' che di cambiamento, di una vera e propria rivoluzione. Il primo a chiedermi di tornare e' stato Rossano Rinaldi, il presidente del Parma. Ci siamo incontrati l'anno scorso a teatro e mi ha detto: 'torna, il baseball italiano ha bisogno di gente esperta come te'. Poi, in novembre, mi ha contattato Valerio Pradal, l'attuale uomo marketing della Federazione. Io non sapevo neanche chi fosse, ma ha saputo convincermi.

Cosa pensa di poter dare al baseball italiano in questa veste?

Se mi permette il paragone, tentero' di essere, nel mio piccolo, il 'Gigi Riva' della nazionale di baseball. Riva e' un uomo che ha fatto scelte importanti e coerenti nella vita. E' stato un serio professionista, poco incline ai compromessi. Io un po' mi ci ritrovo in questa sua immagine. Oggi ha un ruolo da 'dietro le quinte', che svolge in maniera discreta ed importante. Io vorrei fare la stessa cosa, possibilmente bene come la sta facendo lui.

Cosa ne pensa del baseball attuale?

Non mi permetto di dare giudizi. L'unica cosa della quale tutti ci si rende conto e' che, oggi come oggi, e' necessario dare spettacolo per creare interesse. Dunque occorrono buoni giocatori e buoni dirigenti.

Forse lei e' stato uno dei pochissimi italiani ad avere la possibilita', reale, di giocare in Major League.

Beh, non esageriamo. Il primo marzo del '69 io e Montanini partimmo per Fort Lauderdale. Lui per frequentare uno stage come coach, io per affinarmi come giocatore. Andammo in una scuola di baseball dove incontrammo giocatori, ex giocatori e manager. Altri c'erano stati prima di me: Rinaldi e Glorioso, ad esempio. Li' si giocava contro squadre di college e di club. Un giorno venne da me uno scout di Cincinnati e mi disse: 'stasera tu parti con me per lo spring training di Tampa Bay'. Li', mi volevano far firmare da subito per la loro squadra di doppio A. Ma io avevo deciso di tornare: se mi fossi fermato a giocare, avrei assunto lo status di professionista e, per le leggi sportive di allora, avrei perso il diritto di giocare nel campionato italiano e in nazionale. In piu', dovevo ancora fare il servizio militare. Insomma scelsi l'Italia, cosa della quale non mi sono mai pentito.

Un paio di curiosita'. L'ho sentita parlare di lirica, cosa non desueta per un parmigiano. Le piace? E poi, come fa a tenersi cosi' in forma?

Mi piace la lirica come mi piacciono il teatro, la pittura, la storia e la lettura. Sono molto curioso e leggo moltissimo, tempo permettendo. Soprattutto mi piacciono lebiografie di personaggi famosi. Dopo aver smesso di giocare ho viaggiato molto con mia moglie Paola: in Oriente, in Tibet, in Nepal. Spesso lo abbiamo fatto da soli, senza l'appoggio di agenzie di viaggi. Ho una figlia, Lucia, di 16 anni che studia da perito aziendale in lingue estere. Come faccio a tenermi in forma? Passeggio, curo il giardino e l'orto, il cane ed il gatto. La cosa piu' faticosa che faccio e' tagliare la legna quando occorre. Tengo sotto controllo l'alimentazione. Tutto qua.

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