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Economia/ Il mondo produttivo, nello studio d'un dentista di Zagabria

Ho recentemente accompagnato due amici a Zagabria per il loro secondo intervento alla dentatura. Appuntamento per il mercoledì mattina (primo contatto con lo studio dentistico il martedì sera con pernottamento in un appartamento di proprietà del dentista. All'arrivo, una prima parte di intervento e, con mia sorpresa, il lavoro è proseguito fino all'una e trenta della notte.

Il giorno dopo, nuovo appuntamento per il pomeriggio (dopo una eccellente bistecca ad un prezzo per noi moderato), quando il lavoro è andato avanti fino a quasi mezzanotte. Incuriosito, ho indagato sugli orari di lavoro, sulla qualità e sui prezzi. Ho sentito diversi clienti attestare la buona qualità delle prestazioni, confermare che i prezzi erano fedeli a quelli che apparivano sulla pubblicità e che erano più bassi di circa un terzo rispetto a  quelli correnti da noi. Ho potuto incrociare il dentista che con molta semplicità mi ha confermato la disponibilità ad un orario di lavoro che non ha confronti con quelli italiani.

Il dentista croato ed i suoi circa nove collaboratori, che reggono per cinque giorni alla settimana questi ritmi, assieme ai tanti altri del vicino est stanno mettendo in crisi parecchi dentisti italiani costretti a lavori di minore entità. Forse, c'è una differenza qualitativa ma il più grande divario è visibilmente dovuto a ritmi di lavoro profondamente diversi: apertura alle 8 al mattino con una brevissima interruzione per un pranzo consumato nei locali di lavoro e portato in contenitori e chiusura verso mezzanotte.

Lo studio del dentista croato ed i suoi metodi non sono altro che un infinitesimale spicchio di un intero universo produttivo diverso da noi ed entrato improvvisamente in competizione col sistema occidentale in conseguenza degli accordi commerciali degli ultimi anni novanta che hanno cambiato in modo improvviso e colossale il panorama commerciale e produttivo mondiale. Noi e gli altri occidentali siamo entrati nel vortice già con un po' dell'affanno di società mature che devono ricorrere al lavoro esterno.

Cosa succederà? Non credo basti mettere al sicuro i nostri conti e sistemare i problemi del funzionamento dell'Europa. Credo invece che il nocciolo della questione stia nella risistemazione dei rapporti tra le grandi aree produttive del pianeta con i grandi e difficilmente prevedibili cambiamenti che si renderanno necessari.

Steve

Le dinastie europee: Fallito I, Fallito II, fallito III, Fallito IV ecc.

100euroIl tracollo delle banche spagnole è una vergogna di regime. Per la complicità pubblico-privata in un delitto. Per i guadagni passati di alcuni nell’inesatta proporzione dei danni futuri per gli altri. Per la negazione. Per il contagio. Per le bugie. Mentono tutti. Tutti mentono a tutti: anche e specialmente ai sudditi-contribuenti.

Oggi abbiamo il diritto di parlare di ciò che capita in casa d’altri. Perché la casa d’altri è ipotecata, e saremo noi a pagare l’ipoteca. Noi, i cosidetti “europei”. Che differenza c’è tra le menzogne della Grecia sui conti pubblici e quelle delle banche spagnole sui bilanci? E quando si parlerà, molto presto delle italiane?

Ad esempio la situazione spagnola è più simile a quella irlandese – il problema è anche lì bancario – che a quella portoghese, che dei dieci possibili problemi non ne ha nemmeno uno enorme ma li ha tutti contemporaneamente. In Spagna il male nasce dalla relazione coniugale incontrollata tra le “cajas de ahorro” e i poteri politici regionali, oltre che da una bolla immobiliare a cui hanno partecipato tutti e di cui hanno approfittato tutti: le banche con i prestiti, i costruttori con le vendite, le agenzie immobiliari come tramite, lo stato con le tasse, il governo con le statistiche sul pil, i partiti in qualche altro modo, e chissà quale. 

È da almeno cinque anni che la bolla immobiliare e suoi micidiali effetti sono perfettamente visibili. Ma da allora la Spagna ha fatto tutto nel modo peggiore. Il precedente governo Zapatero si è limitato a negare il problema, mentre quello di Mariano Rajoy non è riuscito a metterlo sotto controllo. E così un disastro che avrebbe potuto essere confinato alle “cajas” ora contagia le maggiori banche del paese (Santanter, Bbva, e La Caixa non hanno beneficiato di questi cento miliardi). E non è tutto, il cancro potrebbe estendersi al debito sovrano. Anche qui la somiglianza Spagna Italia è fortissima.

Ciò che invece distingue la Spagna dall’Irlanda è il tipo di soluzione scelta per risolvere il problema. L’Irlanda ha nazionalizzato i passivi delle banche, che si sono trasformati in debito pubblico. La Spagna sta invece cercando di creare un cordone sanitario attorno alle banche, prestando loro 100 miliardi di euro che diventeranno debito pubblico. L’obiettivo è impedire che il problema delle banche diventi un problema dello stato. Ma è comunque evidente che questi 100 miliardi sono parte di un piano di salvataggio per la Spagna, che include un programma d’austerity non scritto ma già in atto e colloca le banche spagnole sotto la supervisione della Bce. Sarebbe assurdo il contrario.

Una delle grandi conseguenze della crisi spagnola potrebbe essere il passaggio accelerato a un’unione bancaria europea. Una volta realizzata, aprire un conto a Lisbona, Berlino o Madrid sarà la stessa cosa, e la Banca centrale europea sarà incaricata della supervisione del sistema bancario. La banca di Spagna esce con le ossa rotte da questa vicenda. Al punto tale che il governo Rajoy l’ha detronizzata, assegnando gli audit per il sistema bancario al ministero dell’economia. Quello che resta in questa miseria è l‘incredibile faccia tosta dei protagonisti: banchieri e politici. “È ora di smetterla con lo scaricabarile”, tuonava un anno e mezzo fa Bob Diamond, presidente della Barclays, seccato dalle critiche alle banche di cui lui è esponente di punta. È ancora presto per esaudire il suo desiderio. In ogni caso è di questo che parliamo quando diciamo che il settore bancario ha preso in ostaggio la politica: repubbliche di debitori e monarchie di creditori. Finanzieri che sanno tutto hanno raggirato politici che non sanno niente. Oppure fanno finta di non saper niente dietro equo compenso. Ovviamente.

Gli uni e gli altri hanno l’arroganza di trattare come analfabeti della finanza chi paga (i sudditi) per i loro errori. Proprio così, quelli che hanno compromesso i bilanci futuri, che si aggrappano all’austerity e fanno schizzare alle stelle la disoccupazione e i fallimenti delle imprese sono gli stessi che accusano il popolo di ignoranza finanziaria. Complimenti. Siamo arrivati al regime monarchico in cui i regnanti sono i bancarottieri che presentano ai sudditi il conto... .

La crisi è bancaria, ma ha generato metastasi che hanno creato una crisi del debito sovrano. E le conseguenze delle due crisi le subiscono gli “europei”. Ovvero noi. La democrazia dev’essere proprio malata, se mentire alle istituzioni europee, come accaduto in Grecia, è più grave che mentire al popolo, come è successo in Spagna. Le banche saranno aiutate. E noi cosa rispondiamo? Niente. Abbiamo già detto tutto. Abbiamo già scritto tutto. Non ci resta che pagare. Ma come si fa a risalire dall’abisso? Alla fine comunque è chiare, banchieri e politici condividono la responsabilità del disastro del sistema bancario spagnolo ed europeo. E hanno anche l’arroganza di trattare come ignoranti i cittadini che pagano e pagheranno per i loro errori. Fino a quando? (Nella foto: i simboli delle nuove dinastie che danno la misura del loro valore).

Behemoth

La Repubblica dei bugiardi.

euro bucatoUna delle caratteristiche più evidenti del nostro attuale governo è il ripetere sempre gli stessi stereotipi. L’ultimo è quello a cui abbiamo accennato più volte e cioè dire che l’Italia non è la Spagna. Più nel dettaglio si sottolinea da parte di qualche ministro (ad esempio Passera) e da parte dello stesso premier Monti che al contrario degli iberici il nostro sistema bancario non è “impiccato” alla crisi immobiliare che da noi avrebbe effetti meno devastanti che non in Spagna.

Niente di più falso, e, nel suo piccolo, lo dimostra proprio un “episodietto” riminese. Parliamo dell’asta andata deserta per la sede dell’ex Tram, o agenzia della mobilità che dir si voglia, rimasta senza offerte sulla base d’asta di 4 milioni di euro.

E’ un aspetto emblematico della crisi immobiliare che si riflette sulla crisi delle garanzie bancarie in una situazione che è del tutto simile a quella spagnola. Quindi non è vero che l’Italia non è la Spagna, anzi è vero il contrario specialmente come diciamo da anni per il sistema bancario esattamente seduto là come qua su una montagna di garanzie immobiliari svalorizzate.

Non sappiamo quanto il nostro governo potrà insistere nel mandare avanti la sua tesi, ma l’impressione che abbiamo è che possa durare poco. Gli interlocutori a cui si rivolge: mercati, speculazione, agenzie di rating sono troppo scafati e a loro volta abituati a dire bugie per cascare in queste interpretazioni di comodo che al massimo possono impressionare gli ormai pochi utenti della Tv di stato, e, a dire il vero neanche tutti. (nella foto: il reale valore delle garanzie bancarie italiane)

Behemoth.

Oggi probabilmente si è spento l’euro.

cratere euroCon la catastrofica giornata di oggi, proprio dopo i trionfali annunci di aiuti alla Spagna, si è consumata con ogni probabilità la fine dell’euro. I motivi sono molteplici ma, purtroppo, i più gravi ci riguardano direttamente. Infatti dopo la Spagna gli operatori e gli speculatori hanno già messo nel mirino la prossima vittima: l’Italia.

Ciò nonostante le smentite ormai patetiche del nostro governo che continua a dire “...che l’Italia è un’altra cosa”. La realtà dei fatti è ben diversa e gli interessi che ormai paghiamo sul debito, al livello di quelli spagnoli, sono lì a dimostrarlo.

Se in Italia, come diceva mesi fa il nostro Steve, vi fossero ancora “uomini d’onore”, sarebbe arrivata l’ora di mettere mano alla pistola e rivolgerla contro se stessi. Ma state pur tranquilli che non accadrà. (nella foto: il buco lasciato dall’euro dopo l’impatto sulla terra).

W.

Italia/ La posta in gioco


Che cosa conta più di tutto? Qual' è la posta finale del gioco obbligato in cui siamo coinvolti? Che sarà di noi alla fine della vicenda? Sembra quasi che il terremoto fisico e quello economico si siano dati un appuntamento biblico per abbattere le strutture oggi esistenti. Si potrebbe dire che anche in campo sociale ed economico un fascio di tensioni accumulatosi nel tempo abbiano ad un tratto liberato i propri effetti sorprendendo tutti, nonostante le analisi e le previsioni che avevano anticipato il fenomeno.

Come nei terremoti le costruzioni più deboli sono le prime a cadere così i sistemi sociali più esposti per debiti, inefficienze od altro sono i primi ad entrare in difficoltà. Tutto ciò comporta pericoli e quindi anche ansia e la gente cerca di darsi delle risposte e di prefigurarsi un domani. Un tentativo di risposta è inevitabilmente atteso dai capi, da chi ci dirige e quindi in primo luogo dalla politica. Purtroppo il prestigio di quest'ultima è ad uno dei suoi più bassi livelli, proprio quando occorrerebbero guide prestigiose vengono lasciati dei vuoti in cui potrebbero crescere i portatori di facili ricette miracolistiche, tanto dannose quando facilmente orecchiabili da larghe fasce di cittadini.

Già da tempo sono al lavoro anche rappresentanti del popolo, sufficientemente intuitivi e purtroppo anche sufficientemente spregiudicati, da capire che può essere il momento per costruirsi un potere od una carriera personale, soffiando sulle paure e sui difetti della politica ed evitando accuratamente di dire tutta la verità possibile sulla reale posta del gioco in atto. Forse per essere realmente, non solo apparentemente onesti, occorrerebbe dire fino alla noia che una politica sana è un prerequisito e che da sola non serve a nulla.

Occorrerebbe aggiungere che incolpare gli altri: gli americani, i tedeschi, le banche, Monti,o altri a seconda delle preferenze, oltre a non servire a nulla conduce fuori strada rispetto al problema essenziale, che era e resta la posta fondamentale del gioco. La mia opinione, e non la mia verità, è che il nostro grande problema, consista nella ricerca obbligata di una risposta ad un mondo già cambiato e che un sisma economico biblico e di dimensioni mondiali sta ancora rimodellando. Reputo furberia tragica che diversi nostri difetti vengano indicati come il principio e la causa di tutto e venga messa in sordina la questione principale.

Vorrei il più alto numero possibile di dirigenti, selezionati, per onestà, più serietà e meno furbizia, più legati alla nazione e meno al partito, ma prima di tutto li vorrei capaci di capire cosa sta succedendo e pronti ad entrare in partita ma anche a ritirarsi a secondo degli sviluppi del gioco. Cioè pronti a mettere in campo la propria intelligenza, ma ad accettare anche le conseguenze delle proprie intuizioni e della propria fortuna. Su questo tema si giocherà il futuro del nostro Paese.

Steve

   Copyright © Riminipolitica.com - Testata giornalistica - aut. trib. di Rimini n° 12/2007 del 26 aprile 2007
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