Storia & Storie.

28 gennaio - Arbitri, meglio di un laser : La componente umana dell'arbitraggio e' insostituibile

Michele Dodde

Sono note, e ormai da manuale di studio, le calibrate ricerche statunitensi relative alla diffusione e programmazione per vendere piu' Coca Cola incrementando profitti e quant’altro. Poco note ma forse piu' intriganti quelle invece interessate alla sostituzione dell’uomo in ogni sua attivita' investendo, di fatto, una sognante fantascienza che gia' dietro l’angolo e' realta'.
Tra le ultime, nel mondo del baseball, quella inerente al rimpiazzo della figura dell’arbitro con chip e raggi laser pronti a dirigere una competizione agonistica con led colorati e schermi giganti. Gli sbalorditivi risultati hanno lasciato perplessi ed increduli gli stessi ricercatori. Alle prove simulate, e poi a quelle pratiche, la noia e' stata cosi' grande che gli spettatori, frastornati dalla fredda precisione dei giudizi e dall’applicazione nominalista delle regole, non si sono minimamente divertiti investiti dalla mancanza, durante i momenti salienti e vivaci della gara, proprio di quell’imponderabile sfumatura del giudizio arbitrale, della gestualita' dello stesso, della teatralita' dei dialoghi e della cosiddetta mitica manfrina che danno invece alla stessa l’intima virtuale grandezza.

Ma allora, cos’e' l’arbitro, o meglio l’arbitraggio, se non il carismatico ed eclettico punto di riferimento e di meditazione di una intera stagione agonistica? Cos’e' l’arbitraggio se non la sensibile parte attiva dell’intero complessivo, il prezioso richiamo aristocratico di una precisa scelta, l’indiscutibile simbolo del virtuale senso dell’attivita' sportiva? Ed e' su questi particolari, su questi concetti dell’arbitraggio che ci si vuole soffermare per delinearne le intrinseche qualita'.

Bruce Chatwin e' diventato famoso per una sola frase emblematica: che ci faccio qui? A questa domanda gli arbitri invece sanno rispondere sempre quando, proponendosi nella sublimazione col proprio operato, mettono piede sul diamante con la piena e ferma convinzione che l’arbitraggio e' la sintesi di una loro forte passione emotiva e la loro attivita' e' pronta a plasmarsi su quell’indeformabile specchio che riflette il passare delle azioni di gioco; cosi' miste alle molte sfaccettature ed ai fasci cromatici di un regolamento che delinea inequivocabilmente la gara dall’inizio alla fine ed oltre, e che non e' solo formale se capito ed interpretato. E l’arbitraggio, che accompagna gli atleti dal primo play-ball all’ultimo out, nei suoi giudizi non e' mai beffardo, ma anzi si sviluppa e si esalta nelle tinte e nelle ombre al di sopra delle anomalie e delle definizioni. Poi la sua qualita' evidenziera' i continui attimi di profonda attenzione intimamente palpitanti, non disgiunti dagli inequivocabili valori che sanno di cultura e che hanno avuto avvio da sempre, ieri come oggi e domani.

L’arbitraggio dunque, che ha ispirato il giudice di gara gia' dai suoi primi passi alla conoscenza personale dei propri limiti, e' una prerogativa che deve distaccarsi con forte personalita' quando ci si muove sui diamanti, divenendo unica componente idonea a plasmare l’adattamento dell’io alla natura stessa del baseball e del softball preservandone e migliorandone l’essenza e la vitalita'. L’arbitraggio dunque necessita all’armonia di una gara, ed elogiarlo allora diventa ricerca, sfida, consapevolezza, emulazione, generosita', carattere, stile, momenti, pensiero, valori e poesia in un crescendo che nulla puo' lasciare al caso. Con questi intendimenti l’arbitraggio, infine, sara' caratterizzato come un affascinante esempio tra i tanti episodi che si susseguono, nel muto dialogo tra il lanciatore ed il ricevitore o tra le basi, con situazioni e personaggi tipici di un gioco-mondo affascinante e pur sempre misterioso, palpabile ed elegante nello stile, incisivo e plateale nella sua centenaria gestualita'.

Ed e' cosi' che il rapporto che l’arbitraggio stringe con la gara diventa esperienza mistica e successiva comparazione scientifica ben lontana da una creativita' che non gli compete. Con queste finalita' quindi l’arbitraggio si portera' sino alla fine della gara quale momento conclusivo della riflessione sull’immaginazione materiale e il tutto diventera' sintesi e memoria. Bisogna amare l’arbitraggio dunque e poi viverlo e sentirlo perche' esso e' vivo in chi con enfasi da' inizio alla contesa, ma e' anche desiderio in chi partecipa con il privilegio di saperlo, e non per forma, ed infine per quella pazza voglia di esserci li', sui diamanti, tra uno strike ed il profumo dell’erba tagliata verde.

Michele Dodde

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