Storia & Storie.

15 gennaio - Arbitri, geniale invenzione! : Divertiamoci con un ironico racconto "fantastico" sulla nascita della figura arbitrale

Michele Dodde

Quali che siano le voci, la verita' e' che sono stati i Romani ad inventare tutto, dall’acqua calda agli ozi, dai ludi al rispetto delle regole. La storia poi confermera' che il tutto ha avuto origine li', sulla riva destra del Rubicone in attesa che il buon Caio Giulio Cesare con il dado si decidesse a fare un ottimo brodo e non una soluzione all’italiana dei problemi di Roma. Fatto sta pero' che opto' per quest’ultima ma poi non ne fu molto contento. Problemi suoi.

Problemi nostri invece sono la definitiva certezza e consapevolezza che il gioco del baseball non e' nato ne' in Gran Bretagna ne' negli Stati Uniti ma invece proprio li', nei dintorni di Rimini, ad opera degli spazientiti legionari che pure dovevano trovare un modo per passare il tempo durante le brevi attese da una guerra all’altra. La credibilita' e validita' di questa storia viene data dai resti delle antiche mura dello splendido adamantinus amphitheatrum ludorum che un Romano della gente Mike rese allora celebre e che poi i vandali modenesi dei Sao Ventura Cipriano e Munoz Orlando invece distrussero in una sola notte con tanto di sale. Certo allora il gioco si faceva con i bastoni e le teste mummificate dei nemici, e pertanto detto capitis ludus, dunque casareccio e fatto a pane, pizze e fichi secchi, coordinato da elementari regole, cosi' vicine alle attuali, e sviluppato quale passatempo delle truppe solo dopo le pesanti fatiche delle battaglie.

Come tale fu esportato – guarda caso quando si era in grado di forgiare idee originali – sia in tutte le provincie romane allora conosciute sia nelle freddi terre di Albione, dove pero' per distinguersi quegli isolani lo chiamarono subito cricket. Certo il gioco non fu subito capito dai barbari perche' essi non riuscivano ad avere un gran numero di teste con cui giocare (non vincevano mai una disputa armata!) e pertanto lo imitavano secondo possibilita' dandogli configurazione propria.

Tuttavia piaceva molto agli intellettuali ed ai cortigiani tanto che lo caldeggiarono sempre presso il senato e le corti pur ammettendo che in esso mancava qualcosa. Dopo attenti studi ci penso' allora Teodorico, il grande rex romani imperii occidentalis, il quale, dopo aver bonificato alla meglio le paludi ravennati, con giudizio volle ripromuovere negli anfiteatri il giusto summo gaudio plebis che era quello poi di indirizzare il pollice verso nei confronti di un malcapitato di turno. Allora, dopo aver cambiato i bastoni con raffinatissime mazze elaborate dai migliori artigiani greci e cambiate le teste con un duro involucro tenuto stretto da finta pelle umana e cambiato il nome stesso del gioco in quello piu' armonioso di pilae ludus, invento' un personaggio di riferimento, ovvero il perdente per principio, ovvero il piu' gustoso sale adatto a condire le pietanze piu' banali, ovvero l’Arbitro eroe finemente romantico e continuamente tradito.

Fu un giorno memorabile. Teodorico lo sentenzio' con enfasi in tutte le lingue allora conosciute: "Haba'i ita swe. Ei'the hou'to nai'. Ita fiat. Sia fatto." Cosi' fu inventato l’arbitro, anzi gli arbitri. La grande intuizione di Teodorico cambio' radicalmente le cose: il "colpisci la testa e scappa" divenne "batti la palla e corri" ed il gioco fini' di essere un solo passatempo divenendo puro agonismo dalle forti tinte.
La storia qui diventa leggenda come si legge tra l’altro nell’opera omnia "...e qui la storia assume aspetti romantici ed epici, una grande avventura del pensiero. Il gioco del batti la palla e corri, dapprima triste e senza allegria, diviene fonte di interessi e tensione, lotta ed artifici, in sintesi il vero compendio della vita".

Uomini di corte furono chiamati a redigere proclami e regolamenti e Boethius il filosofo, Cassiodorus lo storico e Symmachus il raffinato, diedero il loro contributo intellettuale nella formazione della categoria. Per questa aristocratica e problematica attivita' fu costituita un’apposita Commissione che, concedendo prebende e privilegi, cariche e titoli, clessidre e fiaschi di vino, organizzo' il primo corso per arbitri. Un’apoteosi che si tradusse in un eccezionale reclutamento.

Le lezioni vennero tenute tra un banchetto e l’altro o tra un processo e l’altro al fine di delineare i prodromi di una interpretazione e conoscenza culturale del regolamento che dessero le piu' ampie garanzie allo spettacolo ricercato. E fanno testo, allora come ora, i verbali d’esame di quel primo corso. Essi sono agli atti e vengono riproposti anno dopo anno al fine di configurare al meglio l’indiscutibile qualita' della figura dell’arbitro, un modo di essere, uno stile di vita. Sono la fonte di conoscenza e casistica, di studio ed interpretazioni, di etica e gestualita', della piu' genuina ontologia.Leggiamone allora alcuni passi con profonda umilta'.

Alla domanda: - "Qual’e' la differenza tra lo strike ed il ball?"- si rispose: -"lo strike e' uno strike, il ball e' un ball".- Profondamente limpida, e i commissari d’esame si complimentarono tra di loro. - "E la zona dello strike?"-. "Semplice: si trova moltiplicando l’area di base per l’altezza per la squadra di casa e area di base per altezza diviso due per quella ospite"-. Matematicamente perfetto. - "E nello scontro frontale di due giocatori di cui uno con la palla nel guantone?"-. "A garbata discrezione tenendo conto bene dei colori delle maglie... e ricordando bene quelli della squadra di casa".- Diabolicamente magnifico. -"E come va interpretata la scivolata assassina" - "Controllando le gocce di sangue ed espellendo il ferito". Fortemente divino. -"E cosa succede se l’arbitro non dovesse vedere bene un’azione durante il gioco?" - . "Nulla. I problemi ci sarebbero se riuscisse a vederla". Politicamente strabiliante.

La Commissione ammutoli'. Con una simile preparazione la presenza in campo degli arbitri avrebbe certamente garantito sempre il migliore degli spettacoli distraendo il popolo dai problemi politici. Si sorvolo' cosi' con eleganza su altre formalita' fini a se stesse quali l’infield fly, la palla sputata, il lancio illegale e cosi' via perche' ininfluenti allo svolgimento del gioco. Quindi di slancio furono superate le incertezze ed i timori e, dopo questi esami di rito, subito agli arbitri fu profuso il carisma con il contalanci a forma di primordiale pallottoliere, una sgargiante divisa e il titolo nobiliare di Ufficiali di Gara.

Poi ci fu il loro primo ingresso in campo e non ci fu piu' noia. Poi tra i neo promossi, ma questa e' ancora storia, ci furono quelli che un po’ piu' degli altri incominciarono a fare scuola di stile e di etica elevando cosi' una semplice intuizione a pura arte. E che i tempi abbiano dato ragione a Teodorico e' dato dalla notorieta' che il gioco, chiamato successivamente baseball per via che gli americani viaggiano spesso, ha acquisito nel mondo e dalla vitalita' che gli arbitri, istrioni di turno o cirenei di impiego, hanno evidenziato riempiendo con salienti episodi i resoconti degli avvenimenti sportivi.

Ma gli arbitri, questa strana categoria protetta in quanto pura razza in via di estinzione, cosa fanno ora? In effetti i peggiori vengono mandati spesso a fare danni all’estero o alle olimpiadi, i meno peggio a causare danni nell’ordinaria pratica sportiva codificata, quelli troppo bravi sono drasticamente tagliati alla soglia della massima serie. E quelli che non hanno superato gli esami?. Beh quelli, ora come allora... sono diventati tecnici o presidenti di Societa' sportive, perche'?
E la storia infinita della terra di mezzo continua...

Michele Dodde

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