Storia & Storie.

Gli arbitri, uomini invisibili : La storia del baseball e' anche la storia degli arbitri. Fin dal 1859...

Michele Dodde

Nel suo ultimo best sellers "Il Giorno dell’Indipendenza" l’estroso Richard Ford, ex giornalista dell’autorevole rivista tematica "Inside Sport", ha affrontato in modo etico l’importanza di una cultura inerente alla conoscenza della storia degli sport, ed in particolare si e' soffermato a quella del baseball quale pura filosofia del vivere ed intrinseca anima del popolo americano. Ma soprattutto quale concreto punto di riferimento e riflessione per lenire le mortificanti pene della piu' insignificante quotidianita'.


Sono pagine di eccezionale bellezza, piene di ricordi, aneddoti e suggestioni ormai patrimonio dell’immaginario collettivo che ben configurano come il baseball non sia solo storia di aggregazione sociale ma anche estro e fantasia, fascino e spettacolo. Ed ecco allora che con il suo amico alieno l’autore si rifugia proprio nel week end del 4 luglio, giorno dell’Indipendenza, nella celebre Hall of fame del baseball, voluta nel 1930 da Frick Ford, decimo presidente della National League, e realizzata dalla Works Progress Administration nella cittadina di Cooperstown dove si dice il giornalista Abner Doubleday abbia dato nel 1839 i natali allo spirito del cosiddetto "gioco antico", ovvero il "batti e corri", o meglio il baseball.
Ad assemblare questa munifica "Galleria degli Onori", dandole vita ed interesse, fu successivamente Henry Edwards, segretario dell’American League, che ebbe l’idea di coinvolgere ben 226 membri dell’Associazione Giornalisti del Baseball chiedendo loro, ad insindacabile giudizio, di stilare una prima lista dei migliori giocatori e personaggi del gioco e dei quali era opportuno ed essenziale tramandarne le gesta.


Il piu' votato fu Ty Cobb, leggendario esterno che per primo evidenzio' come nel gioco ci fosse bisogno di una continua applicazione e studio della psicologia comportamentale dell’avversario, seguito dal celebre Babe Ruth il cosiddetto "naso camuso, faccia pallida, tipica andatura, gambe dinoccolate che dal 1916 al 1938 ha acceso l’interesse di milioni di americani semplicemente brandendo un bastone da 1200 grammi" (cfr Milt Kerzer) e che nella sua inimitabile e lunga carriera di giocatore ha avuto il pregio di ricoprire i ruoli di ricevitore, lanciatore ed esterno. Amato da molti, stimato da tutti, nel giorno del suo addio dai diamanti, dinnanzi a 60mila spettatori, indusse il cardinale Spellman a dire: "onoriamo in questa occasione un grande eroe del mondo dello sport, un campione del gioco leale ed una luminosa guida della gioventu' d’America".
Poi l’interbase Honus Wagner detto l’Olandese Volante per le sue straordinarie prese, Cristy Mathewson, inossidabile lanciatore per 17 anni sul monte di lancio dei New York Giants e Walter Johnson detto anche il Gigante Gentile annoverato tra i migliori quindici lanciatori in assoluto. E poi tanti altri negli anni successivi.


Ma nella Hall of Fame non sono stati dimenticati gli "Uomini invisibili", ovvero gli arbitri, i mitici "blue" che occupano una precisa ed insostituibile componente del gioco stesso, o meglio quell’indispensabile ruolo catalizzatore di ogni azione che poi diventa il vero sale di ogni partita.
Ed ecco allora ricordati Bill Klem, primo umpire ad indossare la pettorina protettiva, il longevo Al Barlick, sempre costante nelle sue chiamate con la giusta enfasi e chiara ed inequivocabile gestualita', l’eclettico George Moriarty, dapprima estroso giocatore di terza base, poi efficiente manager ed infine arbitro di grande personalita' e capacita'. Sembrano immagini fisse e pur tuttavia esse parlano con il significativo suono del silenzio.
Ma chi scrive, ex arbitro, non puo' non cominciare la storia degli arbitri di baseball se non dall’inizio. E’ noto infatti che nei primi tempi, quando il gioco veniva praticato esclusivamente dai soci di club aristocratici e/o borghesi, ad arbitrare le prime gare furono chiamati generalmente i piu' anziani ed autorevoli membri dei club stessi e le loro decisioni, seduti com’erano su una confortevole sedia ben dietro il ricevitore, pur se fini a se stesse, sempre venivano accettate e rispettate (cfr. la prima illustrazione del baseball apparsa sulla rivista Harper’s Weekly del 15 ottobre del 1859).

Tale posizione in effetti duro' diversi anni ed anche durante la Guerra di Secessione (1861-1865) quando nei campi di prigionia del Sud i soldati dell’Unione giocavano a baseball quale diversivo alle lunghe giornate. Anzi per l’occasione, ne e' testimone una bellissima tavola della Stokes Collection, the New York Public Library, gli umpires non solo continuavano a rimanere seduti ma, data l’ampia disponibilita', diventarono ben sei occupando le posizioni dietro il ricevitore, a lato del cuscino della prima, della seconda e della terza base e lungo le due linee di foul.
Successivamente, a guerra ormai finita e tuttavia determinante "veicolo di diffusione di questo gioco che contribui' alla pace ed alla distensione degli animi tra nordisti e sudisti" (cfr. James Adams) e con l’attenzione dei giornali ormai rivolta altrove, ritroviamo ancora l’Harper’s Weekly del 2 luglio 1870 riportare in grande evidenza l’incontro tra gli Atlantics e i Red Stockings con la gustosissima figura dell’arbitro indossare una elegantissima giacca lunga tipo frac ed in testa calzare un nero cilindro. Ovvero il baseball, da gioco quale gradevole passatempo, era diventato di fatto un emergente "business", e la provenienza dei giocatori non solo piu' di estrazione aristocratica e borghese. Ed allora anche la figura prototipa dell’arbitro cambio', e con essa codificati gli aspetti di un piu' rigido regolamento e sua oggettiva interpretazione.


Il primo arbitro ad essere ricordato dalle cronache di quell’anno fu tale Bill McLean, un ex pugile professionista. Egli opero' nell’American League e fu soprannominato "Il re degli arbitri" per la sua intuibile e vigorosa quanto persuasiva maniera con cui dirigeva il gioco. Di seguito, dal 1884 arbitro' anche nella National League. Personaggio dunque particolarmente benvoluto dal pubblico ed in possesso di abitudini singolari: narra infatti la leggenda che, vivendo a Providence, per andare ad arbitrare la gara pomeridiana nella vicina Boston (50 km.!!!), era solito percorrere la distanza a piedi partendo dalla propria casa alle quattro del mattino.


Bisogna arrivare comunque al 1883 per scuotere nuovamente l’ambiente. Fino ad allora infatti a questi insostituibili giudici di gara veniva corrisposta la somma di circa 5 dollari a partita, pagati dalla squadra ospite, mentre quella di casa provvedeva a coprire tutte la altre spese relative al viaggio e soggiorno. La necessita' pero' di avere arbitri migliori per un gioco in continua evoluzione tecnica e di interesse indusse l’American League a varare un programma di ampliamento degli organici e di meritocrazia stabilendo che ai propri arbitri fosse assegnato un rimborso globale mensile di circa 140 dollari piu' 3 dollari al giorno per le spese di viaggio.


Ma nel mondo delle possibilita' ed alla luce della piu' schietta legge di mercato fu "honest" John Gaffney, cosi' chiamato per bravura e tecnica (fu il primo ad incominciare ad arbitrare dietro al ricevitore), a strappare nel 1888 un ingaggio di ben 2500 dollari, piu' le spese, per l’intera stagione. Il classico tuono a ciel sereno, ma se com’era vero il "business" stava richiamando "better then twenty thousand people" a partita, allora era necessaria un’autentica professionalita' e non doveva meravigliare se il compenso dovuto fosse superiore a quanto percepivano i migliori giocatori. Di fatto e' certo che la storia ora lo indica come il primo arbitro professionista in senso assoluto. Ma tutto il mondo arbitrale allora comincio' a dare uniformita' al suo operato ed ai giudizi dimenticando intellettualmente quella prassi comune portata avanti sino al 1884, quando il lancio era del tipo sottomano, che vedeva gli arbitri concordare con i giocatori e qualche volta anche con gli spettatori, se il lancio fosse da giudicare strike o ball.


Dal 1888 allora molti furono i cambiamenti e nel periodo seguente emerse, tra gli altri, lo stimatissimo Ben Young, il primo che, oltre a concepire per gli arbitri una congeniale divisa (pantaloni e camicia "blue", che poi dettero origine al nomignolo in slang), delineo' per iscritto un codice di etica e defini' l’importanza di una scuola tecnica arbitrale che sperimentasse, e quindi realizzasse, tra le tante iniziative, il canovaccio di una prima meccanica arbitrale per due arbitri. Questo iniziale impiego atto a coprire meglio tutte le fasi del gioco in specie tra le basi tuttavia fu considerato dalla National League una pruriginosa quanto stravagante ricercatezza preferendo invece privilegiare l’utilizzazione di un solo arbitro come giudice delle fasi di gioco e possibilmente responsabilizzando arbitri di grande personalita' e spessore come il gia' citato John Gaffney o Bob Ferguson, anche lui dapprima qualificato giocatore, poi calibrato manager ed infine apprezzatissimo arbitro dalla singolare filosofia: "Non cambiate mai una decisione –diceva ai giovani- e non perdete mai tempo fermandovi a parlare con un giocatore che chiede chiarimenti su un giudizio. Anzi, chiamate subito gioco al fine di chiudergli la bocca. Infine, non abbiate mai alcun timore eccetto quando avrete la sensazione che il pubblico stia concordando con il vostro operato. L’arbitro dovra' sempre essere solo con i propri giudizi: cosi' diventa grande."


Ma la ferma posizione della National League era destinata a sgretolarsi dinnanzi all’evolversi dei tempi ed anzi gia' nelle World Series del 1909, a partire da gara quattro, a giudicare l’incontro tra i Pirates ed i Tigers furono impiegati non solo due arbitri, ma ben quattro: Bill Klem a casa base, Billy Evans sulle basi e Silk O’Loughlin e Jimmy Johnstone sulle linee di foul. Il baseball ora era diventato un indiscutibile quanto necessario patrimonio sociale e nulla doveva essere piu' demandato al caso e pertanto anche i segnali (gesti che indicano al pubblico le decisioni arbitrali: n.d.r.), inventati da Cy Rigler nel 1905, furono unanimamente accettati e codificati dalla nascente scuola tecnica arbitrale.


Con il passare degli anni infine e' certo che questi insostituibili "uomini invisibili" per via della loro autoironica ininfluenza sull’andamento della gara (si pensi che in una partita ideale l’arbitro capo e' chiamato ad emettere ben 163 giudizi fortemente decisionali) hanno avuto la capacita' di affermarsi e confermarsi raggiungendo altresi' anche traguardi di prestigio misto a curiosita' varie. Significativi infatti quelli di Bill McGowan che a tutt’oggi detiene l’insuperato record di ben 2541 partite arbitrate consecutivamente dal 1925 al 1954, di Bill Klem che ha arbitrato per 37 anni ininterrottamente dal 1903 al 1940 e di Ed Rommel che a Washington nella gara tra i Senatores e gli Yankees il 18 aprile del 1956 fu il primo ad indossare gli occhiali. "Per vederci meglio", come fu detto dagli insigniti dell’Ordine della Giarrettiera!


Anche in Italia pero' gli arbitri di baseball, ed in seguito quelli di softball, hanno avuto una loro particolare storia sviluppatasi in parallelo con l’affermazione tecnica e popolare del gioco e, sotto molti aspetti, cosi' piena di sfumature e di fascino per le qualita', iniziative, modalita' di reclutamento e validita' espresse gia' a partire dai primi pionieri. Indimenticabili tra questi il triestino Carmelo Pettener dallo stile aristocratico ed interpretativo, il parmense Enrico Spocci principe della determinazione e rigidita', il nettunese Franco Faraone dalla grande e vitale filosofia di vita, il milanese Attilio Meda imperturbabile quanto signore del diamante, il bolognese Cesarino Mingardi dalla simpatia disarmante, il romano Mario Noli dai decisi e carismatici giudizi, il nettunese Sante De Franceschi inossidabile e longevo highlander ed il livornese Riccardo Fraccari dall’inconfondibile e studiato stile e che, ora presidente della Federbaseball-softball, a suo tempo fu il primo a coordinare una ricercata scuola arbitrale italiana che fosse all’altezza delle competizioni internazionali. Ma queste pagine, certamente belle per i contenuti, sono pero' ancora tutte da scrivere.

Michele Dodde

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